Una fiaba con la musica di Orff

La luna nel mondo dei morti

Se qualcuno viene incaricato di trovare una colonna sonora per un qualsiasi prodotto audiovisivo (spot, telefilm, inchiesta televisiva...) dovendo dare l’idea di qualcosa di un po’ medievale, barbarico, possente, impressionante, la cosa più banale che possa fare è metterci un certo passo dei Carmina Burana di Orff caratterizzato appunto dal ritmo tambureggiante dei timpani e da una elementare ed efficacissima cellula melodico-ritmica scandita a gran voce da un possente coro maschile.
Non sappiamo se il lettore riconoscerà il pezzo da questo tentativo di descrizione; ma lo riconoscerebbe di certo all’istante all’ascolto, anche perché è inutile dire che la soluzione più ovvia e scontata è quella da decenni più inesorabilmente praticata negli studi cine-radio-televisivi e pubblicitari di tutto il pianeta.
La figura del compositore tedesco Carl Orff (1895 - 1982) resta dunque per i più esclusivamente legata a un frammento di quella sua opera, i Carmina Burana appunto, che però in effetti anche prima del diluvio massmediatico, fin dal suo apparire nel 1936, aveva conseguito un larghissimo successo in sede concertistica; essa testimonia anzitutto la sua inclinazione ad esprimere un senso di primordiale, elementare vitalismo, il che non impedì però al musicista di rivolgersi anche a tematiche almeno apparentemente opposte, notturne e mortuarie.
Di notte e di mondo dei morti si tratta appunto nella breve opera Der Mond (La luna), che debuttò a Monaco nel 1939 e che da qualche tempo è stata ripresa suscitando un notevole interesse in vari teatri del mondo. Qui Orff prende spunto da una fiaba raccolta dai fratelli Grimm e la segue abbastanza fedelmente nel raccontare l’impresa di quattro ragazzi di campagna che decidono di rubare la luna, che si trovava appesa ad una pianta, in un paese vicino al loro. Quando i quattro muoiono, si dividono la luna rubata in quattro quarti, e ognuno porta con sé il proprio nella tomba. L’ordine universale è sconvolto, non solo perché le notti dei vivi sono immerse sempre nella più totale oscurità, ma anche e soprattutto perché i quattro scapestrati neodefunti portano nel mondo dei morti una incongrua luce che favorisce la loro propensione a continuare a spassarsela anche laggiù, e disturba la pace dell’aldilà: i morti, abituati da secoli alla più inattaccabile quiete, si svegliano e si lasciano trascinare ad una sbronza collettiva degenerata poi in rissa.
Petrus, un curioso personaggio col ruolo praticamente di vigile notturno del creato (ma per alcuni allude a San Pietro), scende nel mondo dei morti per rimettere le cose a posto. Trova i defunti festaioli e li istiga a gavazzare ancora di più moltiplicando bevute e balli, finché questi (anche i morti si stancano) si abbattono sfiniti, addormentandosi anche una volta per tutte, mentre la luna torna dove deve stare.
Temi apparentemente opposti, si diceva prima: in effetti in questa vicenda e nel ritratto un po’ buontempone, ricco di ritmi danzanti, del mondo dei trapassati si ritrova parecchio di quel vitalismo di cui sopra, e anche il ballo finale dei defunti ricorda più un valzer che la tradizionale immagine della “danza macabra”.
 
Franco Bergamasco

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