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Les contes d'Hoffmann di Offenbach

Jacques Offenbach (1819-1880) deve la sua fama certo anzitutto al genere musicale dell'operetta, di cui per anni fu sovrano incontrastato, a Parigi, presso il teatro delle Bouffes parisiennes. Ma il suo posto nella storia della musica è garantito anche dall'unica vera e propria opera che egli scrisse, Les contes d' Hoffmann, che debuttò all'Opéra-Comique il 10 febbraio 1881.

Come risulta dalle date, il compositore non ebbe modo di vedere realizzarsi fino in fondo ciò a cui da anni aveva aspirato: essere ammesso con un suo lavoro in un vero teatro d'opera, non essere più confinato - benché ricco di fama e di danaro - nel limbo del genere inesorabilmente inferiore dell'operetta. Così avvenne che solo poco dopo la sua morte i Racconti di Hoffmann trionfarono in quella Salle Favart che cinque anni prima aveva visto il debutto folgorante della Carmen di Bizet, e iniziarono il cammino che li avrebbe poi sempre visti presenti nel repertorio dei teatri lirici di tutto il mondo.

Era da una trentina d'anni che Offenbach progettava di scrivere un'opera a partire da alcuni racconti di E. T. A. Hoffmann (1776 - 1822), il più grande narratore del Romanticismo tedesco (ma anche compositore e magistrato). Il fantastico, il soprannaturale, il demoniaco, anche come mezzo per accedere alle più profonde verità dell'animo umano, sono al centro dell'opera di questo scrittore, la cui vita stessa fu peraltro per certi aspetti abbastanza romanzesca. Offenbach infatti costruisce il suo lavoro con una struttura a cornice, mettendo in scena lo scrittore stesso che, vanamente innamorato di una cantante, narra tre storie, sospese fra ricordo e fantasia (i tre atti dell'opera) in cui i tre personaggi femminili non sono in fondo che tre aspetti della donna amata.

Il tema della morte è ben presente nell'opera, spesso anche in modo sottile e implicito, e quando si presenta in modo esplicito, in due dei racconti-atti, ciò avviene in modo bizzarro e fantastico: è un mondo in cui spiriti e forze misteriose e demoniache si incarnano in oggetti, che intervengono nella vita degli uomini, la dominano, la sconvolgono.

Così, nella storia di Antonia, troviamo la donna amata dal poeta insidiata da una malattia mortale (che già aveva ucciso sua madre) misteriosamente provocata dal canto; un diabolico dottore, vanamente ostacolato da Hoffman, la induce a cantare ancora, e per farlo evoca il fantasma della madre, che esce cantando dal ritratto appeso alla parete (ecco l'oggetto!); la fanciulla, soggiogata dall'apparizione, gorgheggerà fino alla morte.

Ancora più radicale l'idea narrativa hoffmaniana che Offenbach usa in un altro atto: Hoffmann, allievo dello scienziato Spalanzani, è invitato al debutto in società di sua figlia, la stupenda Olimpia. Subito se ne innamora perdutamente, benché lei si esprima per monosillabi, e si muova in modo un po' innaturale; quando canta, inoltre, un rumore come di chiave sembra riavviare i vocalizzi calanti. Ad un certo punto della serata un rumore di ferraglia sconquassata pone fine ad un diverbio fra lo scienziato e un misterioso, inquietante commerciante di occhiali (ma vanta di avere in vendita anche veri occhi) che avanza strane pretese sulla paternità della ragazza. Il mistero si svela: la donna che Hoffmann amava è "morta", perché in realtà era un automa costruito da Spalanzani, con occhi veri forniti dal mercante. Anche qui un oggetto fantastico, demoniaco, sconvolge la vita altrui abolendo i confini fra realtà e illusione: la "morte" di Olimpia è in realtà un crollo di ferraglia, ma l'amore di Hoffman era vero, come è, e rimane, il suo dolore.
 
Franco Bergamasco

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