Frammenti di una Italia
in bianconero e di una torpedo blu

La libertà
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.
Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un'avventura,
sempre libero e vitale, fa l'amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un'opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Erano gli anni in cui credevo in una Italia più unita; la sera, sulla panchina del parco, tra amici un po' si litigava, ma avevamo degli ideali; poi, tutti sulla piccola Fiat, verso casa, perché iniziava la partita.

Erano gli anni di Canzonissima, della televisione onesta che giocava in bianco e nero.

Allora ero giovane ed orgoglioso di essere italiano, iniziavo a ragionare da me, scandagliando tra i fatti e le parole, inseguendo una verità tutta mia, libera, fuori dagli schemi preconfezionati delle ideologie sbraitate dai servi dei partiti.

Erano gli anni in cui la mia città, Torino, cresceva al coro di tutti i dialetti; echi di un benessere diffuso, ma ancora troppo lesto per essere afferrato da un popolo dal cuore sradicato e ancora agricolo, e dallo stomaco immaturo.

Erano anni in cui di lavoro, a Torino, ve ne era fin troppo e chissà per quale astrazione della mente proprio per questo, dopo un po', parve quasi una maledizione, un male bastardo contro il quale scagliarsi, dissentire, con slogan sinistri e distruttivi, pilotati da quel qualcuno cui fa sempre comodo campare sulla foga delle masse senza rischiare. Masse di gente per bene, istigate fino a far sentire echi di spari, mutilanti ed assassini, contro gli emblemi, contro i padroni. Cose degli anni '70, quasi dimenticate, dissolte, ma esistite.

Per troppi, il nuovo nemico era una sigla, Fiat, l'Avvocato era il demonio, il lavoro era inteso come sfruttamento e, in quanto tale, vilipeso e crocifisso da cortei di operai e di studenti aizzati e strepitanti. Io, figlio di onesti genitori, pacati e riflessivi, ascoltavo, ragionavo, discutevo e litigavo. Litigavo con gli amici e coi compagni, mentre l'Italia, strana nazione dalla memoria più corta che mai, dimenticava la fame rurale della quale si era nutrita prima ancora di mangiare meno burro e più cannoni e, dopo il fumo delle esplosioni, ora reclamava, subito e a bacchetta, molto più burro da spalmare e meno bulloni da avvitare, urlando ai nuovi padroni, più munifici di fatti concreti e meno di roboanti, ma poco nutrienti, politiche parole.

Non so cosa muova lo spirito degli industriali, e neppure mai mi sono sentito di doverli giudicare, ma certo è che se l'Italia è stata mai una potenza imprenditoriale, ebbene, qualcuno questo sporco, o benedetto, miracolo economico di cui andammo fieri lo doveva pure generare! Non sono un esperto di macroeconomie e non so valutare le tante voci sui movimenti di immensi capitali che hanno interessato l'Avvocato, tutti i suoi gioielli di famiglia e lo Stato; posso dire che se c'è stato dolo, se ne è parlato molto, ma poco si è indagato, deduco perché così andava bene a tutti: operai, sindacalisti, torinesi, oppositori, governanti e pure ai magistrati. Dunque è adesso, a mio parere, il buon momento per tacere.

Oggi l'Avvocato è morto e l'Italia di coccodrillo piange e sussurra: "evviva l'Avvocato!". Ora che ho quasi cinquant'anni, ora che sento di potermi sbilanciare, mi sporgo e pago pegno, ma lo devo dire: sono molto amareggiato. Sono molto amareggiato per l'incongruenza della gente e dello Stato.

Oggi che anche il più solido dei posti di lavoro cigola e sembra traballante, l'Avvocato non ha più nemici dichiarati, ma solo tanti ipocriti rimpianti, e l'occhio disperato dell'acerrimo nemico si gira attorno, stupito, stupido e smarrito, perché non vi sono all'orizzonte né eredi da combattere, né altri uomini altrettanto valenti.

L'Avvocato è morto, giù il capo, dignità alla fine, e storia all'Avvocato! Di certo è stato un uomo che non si è mai tirato indietro, che aveva ben più di un ideale, che nel bene e nel male ha fatto dell'Italia una paese industriale, del Piemonte la regione più ricca, di Torino una piccola Detroit e della Juve una bandiera nazionale. Eppure... Eppure a molti tutto questo non è piaciuto o non è bastato, e ancora ci si spreca in dietrologie nel conteggiare errori o intuizioni che sono solo aria fritta del passato.

Non sto scrivendo qui, adesso, per razionalizzare, per convenire oppure dissentire: ognuno ha il diritto di approvare o di dissociarsi, ma sono più propenso per natura ad apprezzare chi è capace di costruire più che di demolire. Solo un commento mi sgorga naturale: per me stesso e per il mio paese, pur nella mia presunzione immensa, di meglio io non avrei saputo fare.

Strana patria la nostra in cui, già dai tempi di Cristo, prima si crocifigge e poi si tende a glorificare. Credo che l'Avvocato sia stato un uomo raro, e la prova è che ora l'Italia si sente spersa. L'Italia, patria infedele, che appiattisce il genio per esaltare la mediocrità. E poiché l'Avvocato ha lasciato in eredità una industria immensa, ma claudicante e stanca, già sento serpeggiare i miagolii di chi ne vorrà approfittare. Si elencano colpe ed errori, già si tende a conteggiare, come fossimo tutti nati sapienti, gli errori da affibbiare a un solo uomo, così che, se le cose andranno male, noi saremo tutti innocenti.

Ma, nel frattempo, nessuno sta inventando niente.

Personalmente e sommessamente, qui vorrei dichiararmi grato all'Avvocato, se non altro per aver contribuito, seppur indirettamente, al modesto benessere che ha accompagnato la mia gioventù e quella di tanti miei amici.

Altro di lui non vorrei dire se non che, seppur uomo di grande potere, si trattava di un signore che calzava una certa classe. Atteggiamento raro. Rispetto il suo operato. Non è da tutti ingigantire una azienda, oggi ferita, ma ancora in piedi. Rimpiango l'arrancare faticoso e onesto della prima 500, l'eternità della 127, la rabbia furibonda della 124 sport, la Stratos. Erano gli anni di orgogliosa meccanica, tutta italiana.

La berlina "gruppo Fiat" fila che è un piacere, è la mia undecima auto nazionale. Sebbene non abbia contribuito a creare un nuovo posto di lavoro ad un compatriota, neppure l'ho sottratto. Non mi sento uno stupido idealista, anzi, bado bene al mio denaro e non mi sembra che il prodotto torinese viaggi peggio di un ranocchio giapponese o coreano.

La mia auto fila che è un piacere, ma se anche avesse qualche difetto l'amerei, perché profumerebbe dei sapori genuini di questa nostra patria dove davvero nessuno è perfetto. Né il fu capitalismo, né la defunta anch'essa lotta di classe.

La mia auto fila anche se non è la mitica, fantomatica "torpedo blu".

Il giorno di Natale del 2001, una amica mi regalò il penultimo CD di Giorgio Gaber, "La mia generazione ha perso", dicendomi "forse a te potrà piacere". Fu così che anziché elargirmi un solo omaggio, me ne fece due contemporaneamente.

È bello sentirsi dare del "vecchio intellettuale" in un modo così innocente ed un piacere è stato l'ascoltare, ritrovando quel timbro di voce che avevo dimenticato in un cassetto del mio passato.

Erano gli anni di Canzonissima, della televisione onesta che cantava in bianco e nero.

È stata una vera sorpresa. Mi sono cullato tra pensieri in musica, profondamente ironici, sapientemente critici, meditativi senza essere petulanti. Ho ascoltato e riascoltato il disco, compiaciuto e affascinato. Non sapevo che Gaber fosse malato, e non lo sapevano neppure coloro con i quali ho condiviso il piacere dell'ascolto.

Gaber è morto, viva Gaber! Tutti a caccia del suo ultimo CD, "Non mi sento italiano". Per me è un capolavoro, il testamento di un uomo immensamente intelligente, sensibile e attento, l'ultima poesia di un uomo triste di morire, non per la morte in sé "che è una antica usanza", ma per la consapevolezza di dover lasciare un mondo meraviglioso, a sua volta morente, disintegrato dalle follie dei nostri tempi, ucciso negli aspetti più luminosi dell'uomo e nei suoi sentimenti più veri.

Non potrei scrivere di Giorgio Gaber meglio di ciò che lui stesso ha cantato di sé e di noi, e poi volutamente ci ha lasciato, "altra forma di eredità", rivolgendosi direttamente al Presidente. Comperatevi i dischi ed ascoltateli, perché contengono un messaggio molto, molto importante ed altrettanto commovente.

Giorgio Gaber è morto, è morto un anticonformista, è morto un dissidente, evviva Gaber! Quell'uomo di cultura, che di imprenditoriale non ha lasciato niente, già ci manca; non ha trasformato l'Italia in un paese industriale, ma l'ha spruzzata con poche frasi, indimenticabili parole, parti di una mente fervida, rinascimentale. Un intelletto che, in questo mondo post-industriale, ultimamente non era più neppure di sinistra, ma perso dentro questa informe palla senza volto che ci resta.

È morto un artista, e più dell'Avvocato è morto quasi a sorpresa, di nascosto, defilato.

Se una cosa posso dire è che, pur cantando ideologie profonde, lo ha fatto senza sbraitare, con eleganza anch'egli, esprimendo ogni opinione con un certo stile, garbatamente, così come dovrebbero fare i politici e gli uomini in generale.

Eleganza, non saprei trovare altro collegamento tra la vita e la morte dell'Avvocato e quella del nostro dolce e amaro cantautore. Forse qualcuno lo saprebbe fare, culturalmente, politicamente. Per me, che sono un po' manicheo, è soltanto la fine di due vite, e in quanto tali di per sé ugualmente importanti.

Di certo ultimamente l'Italia è un po' più povera: di lavoro, di idee e di cervelli. Se ne sono andati Giorgio Gaber ed Agnelli, ma anche De Andrè, Bertoli e Montanelli, gente che si è esposta, locomotive che hanno trascinato il treno del lavoro o delle ideologie, uomini di una Italia che sembra ormai quasi sparita. Gente che, se guardo in giro, ne vedo sempre meno, oggi che, purtroppo anch'io, mi sento un po' meno italiano.

In questo epitaffio un po' particolare vorrei inserire un ultimo pensiero.

A voi industriali a caccia di lesti profitti, che state spostando fabbriche verso altri paesi, chiedo di riflettere con attenzione: cosa sono i capitali senza storici ideali? Disoccupazione vuol dire tramonto di una ideologia che un tempo si chiamava la Nazione. A chi invece rincoglionisce davanti alla televisione chiedo che non si lasci sfuggire l'opportunità di inforcare un teatro e rimettere in funzione il cervello, in cerca degli ultimi romantici, struggenti, intelligenti cantastorie, figli di altri tempi.

Se io sapessi
Una logica ormai acquisita
è che l'uomo è provvisorio
e che ha un senso un po' precario della vita.
Ma morire è un gesto innaturale
che di solito è accettato per un dato più statistico che razionale.
Se io sapessi cosa mi fa bene
se io sapessi cosa mi fa male
nella marea di cose e di persone che c'ho intorno
se non tradissi le mie pulsioni vere
potrei sul serio diventare un uomo pluricentenario forse eterno.
Forse aspirare all'immortalità è un po' eccessivo.
Ma quando uno si innamora di una teoria, a volte, si fa prendere la mano.
Se io sapessi quanto sono strani
i miei pensieri, le mie emozioni
se avessi letto un po' meglio il mio libretto di istruzioni
se io sapessi, d'un tratto io sapessi, se quando sono nato
i miei han ringraziato Iddio o hanno imprecato
se io sapessi uscire allo scoperto
se io mi fossi accorto
che mio fratello o qualcun altro mi voleva morto
se io sapessi al di là delle parole
che il mio inferno infantile
sarà sempre presente al mio fianco, al mio capezzale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
Se io sapessi perché la mia salute fa delle cose un po' insensate
se io non riesco nemmeno a spiegarmi una banale gastrite
se io sapessi, che bello se sapessi, se quando soffro per amore
mi convenga toccare il fondo o andarmene a ballare
se io sapessi scegliermi un'amante
se io sapessi veramente distinguere un delirio idiota da uno intelligente
se io sapessi se sia meglio essere fedele
e in ossequio alla morale
rinunciare tranquillamente a una scopata celestiale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
Se io sapessi le mie fatiche umane e le commedie quotidiane
se fossi certo che almeno io mi voglio un po' di bene
se io sapessi, magari lo sapessi,
se ho dato ai figli il giusto amore
o sono stato come quasi tutti un padre di mestiere
se io sapessi se lei che è così forte e condivide la mia sorte
sia schierata comunque e per sempre dalla mia parte
se io sapessi se nel nostro convivere civile
se in questo abbraccio generale
c'è anche chi piangerà veramente al mio funerale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
 
Carlo Mariano Sartoris

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