Giuseppe Pontiggia (1934 - 2003) e la morte in banca

"I fanatici non sono gli unici convinti di possedere la verità (quasi tutti ne sono convinti), sono solo i più terrorizzati di perderla - La storia: è stata definita maestra della vita e se ne vedono gli effetti - Tutti abbiamo qualche malattia, latente o manifesta, grave o lieve. Quelli che dicono di essere perfetti hanno la malattia più preoccupante di tutte: sono malati di mente - Nei momenti duri della vita gli uomini ritrovano la verità della parola. Sono i momenti euforici che li rendono idioti".

Questi sono alcuni esempi delle massime che costellavano la rubrica mensile che Giuseppe Pontiggia teneva sul supplemento domenicale di un importante quotidiano, interrotta per sempre dalla recentissima improvvisa morte dello scrittore; quell'appuntamento già ora è rimpianto da molti lettori (ma per fortuna Pontiggia aveva ultimamente raccolto in un volume, Prima persona, i testi apparsi in quella sede); e questo è un parziale ma significativo esempio del vuoto autentico che lascia nella cultura italiana (quella vera) la scomparsa di questo scrittore certo ben noto, ma anche inappariscente e riservato, non abituato ad esempio alle comparsate in televisione.

Pontiggia, che era nato a Como nel 1934, è stato, oltre che saggista raffinatissimo, autore di pochi ma estremamente significativi lavori narrativi, tra i quali vorremmo ricordare almeno le singolari Vite di uomini non illustri e, soprattutto, l'ultimo straordinario Nati due volte, la vicenda - narrata su base autobiografica - del rapporto fra un padre e un figlio disabile.
Potremmo però in questa sede mettere l'accento sull'opera prima, precocissima, di questo scrittore. Costretto per necessità economiche di famiglia ad impiegarsi a diciassette anni in un istituto di credito, dove lavorerà per dieci anni, Pontiggia non ne ha ancora compiuti venti quando ha già completato la prima stesura del suo primo, breve romanzo, La morte in banca, che verrà pubblicato qualche anno dopo. Il giovane protagonista non si immedesima in un destino di semplice travet; aspira confusamente ma insistentemente ad una sorta di doppia vita in cui quella vera sarebbe l'altra, dopo il lavoro, fatta di letture, vita intellettuale, studi universitari; ma i primi tentativi in quella direzione si rivelano amaramente velleitari. Il che non significa però necessariamente appiattirsi ad accettare come esclusivo orizzonte di vita la grigia realtà di quel lavoro. Non poteva accettare che proprio la crisi, che gli aveva aperto gli occhi, gli imponesse una nuova finzione, impedendogli di vedere oltre. Che il fallimento fosse mentale. Ne provò una stretta d'angoscia. Ecco, era quella la morte: la morte in banca. Che era poi una delle infinite morti della vita. Il finale lascia in sospeso il destino del protagonista: saprà trovare nonostante tutto dentro di sé - non abbandonandosi però a delle fantasie –una autentica prospettiva di vita, o avranno avuto ragione i colleghi che esclamavano abitualmente: "Che tomba, la banca!?".
 
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