"Il giorno dei morti" di Giovanni Pascoli

"Rimangano rimangano questi canti sulla tomba di mio padre! ... Sono frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto. [...] Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una famiglia. E la tomba [...] è greggia, tetra, nera. Ma l'uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri". Così inizia la prefazione che Giovanni Pascoli (1855 - 1913) premise nel 1894 alla terza edizione del suo primo libro di poesie, Myricae.
Evidentemente il poeta vuole preannunciare senza equivoci quello che ad una semplice lettura appare come il carattere dominante della raccolta: il tema mortuario, solo in parte bilanciato, come indica il seguito della prefazione, da quello di una natura materna e rasserenatrice... Ma altrettanto esplicita è la scelta di introdurre a partire da questa stessa edizione la raccolta con un nuovo testo, Il giorno dei morti, eccezionalmente lungo (212 versi) e posto in particolarissima evidenza: precede addirittura la pagina che reca il titolo complessivo del libro.
Il giorno dei morti è un componimento di notevole interesse, anche per valutare quanto profondamente inquietante e radicato sia nel poeta il suo personalissimo "mito" della morte. I morti della famiglia, a cominciare naturalmente dal padre assassinato, più la madre e vari fratelli e sorelle, stanno nel camposanto morti sì ma, nella fantasia ossessiva del poeta, misteriosamente coscienti, consapevoli e attenti a ciò che accade nel mondo dei vivi, ancora in un certo senso vivi, ma solo di dolore. Così sembra a Pascoli di vederli:

Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
oscura cosa nella notte oscura:
odo quel pianto della tomba, pianto
d'occhi lasciati dalla morte attenti,
pianto di cuori cui la sepoltura lasciò,
ma solo di dolor, viventi.

E in un giorno dei morti battuto dalla pioggia essi si stringono assieme, come a ricostituire sottoterra un'unità familiare, quella vera, più profonda.

Stretti tutti insieme,
insieme tutta la famiglia morta,
sotto il cipresso fumido che geme,
stretti così come altre sere al foco.

Si parlano l'un l'altro, si rivolgono al poeta, ma soprattutto incessantemente piangono, piangono per lamentare la condizione di oblio, di abbandono in cui si sentono lasciati.
E qui appare l'aspetto più inquietante appunto della fantasia mortuaria pascoliana: i morti abbandonati, indifesi, disperati, sono però qualcuno a cui ci si rivolge per cercare protezione, o meglio riconciliazione, se non perdono. Per quale colpa? Quella di essere vivi. Questo in fondo è l'animo con cui il pensiero di Giovanni Pascoli si rivolge al congiunto che un giorno sotterra, al verno, si risvegliò dal sogno della vita.
 
Franco Bergamasco

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