I funerali più grandi del mondo? A Macondo

Il romanzo che ha reso universalmente noto Gabriel Garcìa Marquez (premio Nobel per la letteratura nel 1982) è sicuramente Cent'anni di solitudine, uscito nel 1967, e subito avviato ad uno strepitoso successo internazionale.
Ma l'universo narrativo che ha al centro il paese di Macondo non si esaurisce certo in questo romanzo: Marquez aveva già cominciato a crearlo e a raccontarlo negli anni precedenti, in vari altri racconti e romanzi brevi in cui già ricorrevano personaggi, ambienti, vicende presenti nell'opera principale; e già compariva, qualche volta, quella che di Cent'anni di solitudine è forse la caratteristica più specifica: la commistione fra la realtà (la realtà drammatica dell'America Latina) e una dimensione mitico-leggendaria.
È il caso del racconto I funerali della Mamà Grande, pubblicato nel 1962. Fin dall'inizio, la voce che ci parla è quella di una specie di cantastorie: "Questa è, increduli del mondo, la veridica storia della Mamà Grande, sovrana assoluta del regno di Macondo, che visse in funzione di dominio per 92 anni e morì in odore di santità un martedì dello scorso settembre"; e questo cantastorie ci immerge fin dall'inizio in un mondo i cui rapporti con la realtà concreta risultano quantomeno problematici, se "ai funerali intervenne il Sommo Pontefice".
Si tratta appunto, ci viene annunciato, "della più fastosa circostanza funebre riportata dagli annali storici".
Il tono è comico-solenne, ma trapassa subito all'iperbolico e al grottesco, nel raccontare la morte e le esequie di questa decrepita vergine matriarca, padrona per diritto familiare di tutto ciò che esiste a Macondo (anche, secondo la gente, "delle acque correnti e stagnanti, piovane e non ancora piovute, […] degli anni bisestili e del caldo").

La Mamà Grande non è immortale, come quasi tutti a Macondo pensavano, ma nel racconto della sua fine i vincoli di spazio e di tempo della realtà oggettiva saltano: quando il papa si mette in viaggio per partecipare a quei "fantastici e remoti funerali" i rintocchi delle campane di San Pietro già si mescolano al suono fesso delle campane di Macondo. La dettatura delle ultime volontà, e l'elenco dei beni materiali, attesi con spasimo dalla folla avida dei nipoti, dura tre ore; ma la matriarca, ritta "sulle sue natiche monumentali", enumera anche "i beni morali".
E qui il tono grottesco-leggendario del racconto rivela bene il suo legame stretto con la realtà, essendo questo testamento spirituale un repertorio impagabile di tutti i luoghi comuni di una mentalità benpensante e reazionaria, dalla "stampa libera ma responsabile" al pericolo comunista. Un "rutto sonoro" interrompe l'elenco e sancisce la fine della Mamà, il cui corpo sarà vegliato dai nipoti "in un'estasi di vigilanza reciproca", e imbalsamato nei mesi occorrenti all'organizzazione delle madornali esequie.

Ma la folla delle autorità (Papa incluso) è seguita dall'ombra degli avvoltoi; parenti, affiliati e servi appena il cadavere è uscito smontano praticamente la casa; il corteo lascia dietro di sé "una pestilente scia di rifiuti"; e soprattutto, conclusivamente, dopo due settimane di preghiere e esaltazioni dell'eroina scomparsa, sigillata la tomba, la gente comune esala "uno strepitoso sospiro di sollievo". "Domani verranno gli spazzini e spazzeranno la sporcheria dei suoi funerali, per tutti i secoli dei secoli", annuncia il narratore, come se il mondo, dopo questi funerali, potesse cambiare.
 
Franco Bergamasco

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