SI FA LUCREZIA BORGIA, OCCORRONO CINQUE BARE

Ferrara, primi anni del secolo XVI: è in corso un grande banchetto nel palazzo della principessa Negroni, e in una delle sale un coppiere vestito di nero (dettaglio significativo!) ha versato del prezioso vino di Siracusa nei calici di un gruppetto di convitati. Uno di essi, Maffio Orsini, incoraggiato dagli amici, intona una trascinante e un po' ribalda Ballata in tempo di valzer, che è uno dei brani più popolari che siano usciti dalla prolificissima penna di Gaetano Donizetti (1798/1848). Ci troviamo - era superfluo dirlo - in un teatro dell'Opera, e stiamo assistendo al II atto della Lucrezia Borgia del compositore bergamasco; Maffio Orsini è un mezzosoprano en travesti:


Il segreto per esser felici
So per prova, e l'insegno agli amici.
Sia sereno, sia nubilo il cielo,
Ogni tempo, sia caldo, sia gelo,
Scherzo e bevo, e derido gl'insani
Che si dan del futuro pensier.


E, sulla stessa melodia, gli amici concludono in coro:


Non curiamo l'incerto domani
Se nell'oggi n'è dato goder.


Ma immediatamente - come recita la didascalia - "odesi un lugubre suono e voci lontane che cantano flebilmente": La gioia de' profani / è un fumo passeggier.

Sconcerto e sorpresa dei convitati, che attribuiscono però il tutto ad un presunto scherzo macabro; si canta allegramente la seconda strofa della ballata, ma la scena si ripete, e questa volta le luci si spengono e le porte si chiudono: a farsi grave/comincia lo scherzo, dice Maffio. Ma non è uno scherzo, è una delle scene clou dell'opera: Lucrezia Borgia incede nella sala oscura accompagnata da cinque catafalchi: vi si rinchiuderanno, annuncia, i convitati avvelenati dal vino che hanno appena bevuto, a vendetta di un oltraggio che avevano commesso qualche tempo innanzi ai danni dell'odiata e temuta duchessa.

Che la figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia (poi papa Alessandro VI), sorella del famigerato Cesare (il duca Valentino di Machiavelli), tre volte sposa e da sempre sospettata, almeno in parte ingiustamente, dei più atroci eccessi e delitti, dall' incesto all' omicidio appunto per avvelenamento, fosse destinata a diventare protagonista nella drammaturgia romantica a tinte forti, e di qui nel melodramma, era ovvio. Ma bisogna dire che Victor Hugo nel suo dramma del 1833, e Felice Romani, che in quello stesso anno fedelmente ne trasse il libretto per Donizetti, variarono significativamente sul cliché morboso e omicida del personaggio, mettendo in primo piano una vicenda di appassionato amore materno che in qualche modo la riscatta.

Vicenda peraltro tragica, se Lucrezia si ritrova comunque ad aver avvelenato, per sbaglio, anche il figlio stesso; e la scena che abbiamo descritto conferma quale peso mantenga in ogni caso nell'opera quel cliché funebre e demoniaco: Fuggite i Borgia, o giovani, / Dove è Lucrezia è morte, aveva del resto profetato un misterioso personaggio evocato nel prologo. E non si può negare che un brivido percorse qualche anno fa il pubblico scaligero, quando durante una prima di quest'opera il direttore si accasciò sul podio rantolando e interrompendo l'esecuzione, vittima di un malore che doveva per fortuna rivelarsi passeggero e non mortale.<
 
Franco Bergamasco

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