Expo Nashville

Dopo dieci anni la nfda è ritornata, per la sua Convention annuale, a Nashville nel Tennesse, la capitale della Country Music celebre per aver costituito il trampolino di lancio di innumerevoli artisti il più famoso dei quali è stato certamente il mitico Elvis Presley nato, come si sa, nella vicina Memphis.

La manifestazione, con l'annessa fiera, si è svolta nel complesso di Opryland, a qualche miglio dal centro e che da solo costituisce, vera città nella città, un qualcosa da vedere per farsi, soprattutto per quelli che non conoscono il Paese, una idea di come gli americani sappiano fare davvero "le cose in grande". Buona la partecipazione, anche se ci è parso che i visitatori stranieri fossero, rispetto ad altre edizioni, meno numerosi del solito, forse per il potere attrattivo relativamente modesto di questa località rispetto, ad esempio, a Las Vegas (lo scorso anno) o Chicago, la "windy city" (la città ventosa, vero paradiso per chi ha trascorso una buona parte della sua esistenza nella città della "bora"), nella quale ci ritroveremo l'anno prossimo prima di scendere nuovamente al sud, nella New Orleans, cara ad Arbore, nel 2006, anno di TANEXPO.

Il fatto è che Nashville, Opryland a parte, è una città tipica di quella che s'è convenuto di definire come "l'America profonda" e che riassume in sé le caratteristiche di gran parte delle città di provincia statunitensi, quelle che, in termini politici, costituiscono lo zoccolo duro del partito repubblicano cui appartiene il presidente rieletto George W. Bush. In questi centri la vita scorre lenta a monotona. Accanto ai grattacieli (relativamente modesti del resto) di "downtown" (il centro città) che accolgono le banche e gli istituti pubblici e che si desertifica a partire dalle cinque del pomeriggio, ora di chiusura degli uffici, si sviluppano i quartieri residenziali, spesso costituiti dalle tipiche case di legno, tra le quali si intravedono, frequentissime, chiese di ogni genere e gusto che annunciano su grandi cartelli il nome del reverendo pastore che la gestisce (e che ne vive grazie alle offerte dei fedeli od al frutto di prestazioni di servizi vari: catechismo, matrimoni, funerali, ...) e, soprattutto, il tema del sermone domenicale. Esso può variare dal tema più gratificante (come assicurarsi, ad esempio, un posto privilegiato in paradiso) a quello, più preoccupante, sulle punizioni inesorabili e terribili che attendono il peccatore incallito. Rimane il fatto che una grandissima maggioranza di cittadini statunitensi frequenta tali strutture traendone forza interiore e volontà di intervento, nella vita profana, a supporto di coloro che incarnano e difendono questo insieme di valori. Si trova certamente qui una delle ragioni della rielezione del presidente uscente i cui consiglieri in comunicazione hanno ben saputo identificare il bisogno di "religiosità" degli elettori ed hanno pesantemente insistito su questo tema con l'appoggio incondizionato di vociferanti pastori che presentavano Kerry quasi rappresentasse l'Anticristo. Non fa specie, quindi, che un episodio, banale conveniamone, quale quello che aveva, a suo tempo, coinvolto Bill Clinton abbia potuto assumere un impatto mediatico gigantesco laddove dalle nostre parti, abituati a ben altro, la cosa avrebbe tutt'al più provocato qualche sorrisetto ironico accompagnato da una sana condiscendenza per le umane debolezze. Anche perché tutti coloro che conoscono un po' più profondamente gli USA sanno perfettamente che tali pratiche vi sono largamente diffuse a causa (e qui entriamo pienamente in certa ipocrisia di chiara derivazione anglosassone) della feroce volontà di conservare una illibatezza, diciamo così "tecnica", di facciata.

Tutti questi sobborghi sono collegati tra di loro da autostrade o, in ogni caso, da vie di grande scorrimento con servizi di trasporto pubblico quasi inesistenti. Il che ci porta ad affermare che in nessun paese come nel paese più potente al mondo colui che non possiede un mezzo di trasporto proprio deve far fronte, quasi mancasse di una gamba, ad un handicap sicuro. L'unica alternativa sono i taxi, quando si trovano, e che a Nashville sono, cosa stranissima, quasi del tutto in mano a tassisti somali molti dei quali parlano italiano per aver, più o meno a lungo, soggiornato nel nostro paese (ne abbiamo incontrato perfino uno che era stato cadetto all'Accademia Militare di Modena, abbandonata dopo la caduta del governo del suo paese, che ne assumeva i costi) di cui spesso rimpiangono il tipo di vita così diverso da quello dell'America profonda. Tanto per fare un esempio risulta estremamente difficile, se non impossibile, trovare un ristorante che non sia un fast-food dopo le dieci di sera. Ci viene da pensare, con sentimenti di profonda solidarietà, ai nostri amici spagnoli usi, a quell'ora, prendere l'aperitivo in attesa di mettersi a tavola. È ben vero, peraltro, che essi il giorno seguente si recheranno al lavoro non prima delle nove mentre i loro omologhi statunitensi affolleranno sin dalle sei del mattino le ampie autostrade, dando così origine a strani serpentoni di luci rosse che si muovono lentamente nella notte in lunghe e monotone file che sembrano non fermarsi mai e che colpiscono il viaggiatore, alle prese con i fusi orari, che si affaccia alla finestra del proprio albergo in ore antelucane.

Comunque sia il paese rimane, con tutte le sue contraddizioni e probabilmente proprio a causa di esse, affascinante e, per ciò che riguarda il modo di approccio del mondo degli affari, il rispetto e la cura del cliente, il pragmatismo efficace e senza formalismi che ne determina il progredire, assolutamente esemplare ed istruttivo per noi italiani e, più in generale, per gli europei. Rimane, perciò, un certo rimpianto per l'assenza di operatori italiani tanto più strana in quanto, abitualmente, i nostri connazionali sono assai intraprendenti nei confronti delle operazioni all'estero.

Tra gli espositori esteri accanto a TANEXPO, sempre presente in tutti i continenti, qualche produttore messicano e numerosi fabbricanti di urne indiani e cinesi. Visti anche tre produttori di cofani metallici (non si deve dimenticare che l'80% del mercato statunitense è costituito dalle bare metalliche) provenienti dalla Cina. Il tutto per la più grande preoccupazione di certi fabbricanti locali. In effetti gli uomini dell'Impero di Mezzo sono sempre più presenti dovunque e prima o poi anche in questo settore, come già in molti altri, bisognerà fare i conti con loro.

Esprimendo un concetto già esposto in altre occasioni rimaniamo dell'idea che a nulla serve tentare di creare, in un modo o nell'altro, barriere protezionistiche destinate, in un mondo globalizzato, a cadere prima o dopo o, peggio ancora, praticare la politica dello struzzo facendo finta di non vedere. La Cina esiste, eccome, ed è destinata a divenire la potenza leader del mondo entro una ventina d'anni. I cinesi lavorano, eccome, e pur facendo parte di un sistema nominalmente socialista (ancorché iniettato con possenti dosi di capitalismo forsennato) non rivendicano le trentacinque ore settimanali (ne fanno, per qualche decina di dollari al mese, facilmente il doppio) o le cinque (o più) settimane di vacanze pagate ed ancor meno tutti i vantaggi o "fringe benefits" ai quali, da decenni ormai, siamo abituati e che non immaginiamo di poter perdere. Solo la demagogia, almeno fintantoché uno più uno darà due, può far pensare che le vacche grasse siano destinate a durare in eterno. Tanto più duro sarà il risveglio quanto più tardi ci renderemo conto che il mondo è cambiato e che con esso bisognerà ben fare i conti.

Bando quindi ai lamenti sui bassi salari cinesi, sul deprezzamento dello yuan o ren-min-bi che dir si voglia (che, certo, esiste ed al quale, prima o dopo, bisognerà ben metter fine) od alle critiche sulla misera qualità dei prodotti che da lì ci giungono. Se ciò era vero ancora poco tempo fa, oggi le cose sono cambiate ed in quel paese si è anche capaci di produrre "ottima qualità".

Per modo che le armi di difesa esistono e risiedono nella capacità "creativa" delle nostre aziende (o di alcune tra esse), nella loro flessibilità e in un auspicabile, ed in ogni caso necessario, aumento della produttività. Assumere quindi le proprie responsabilità e confrontarsi con la concorrenza (che da sempre è fattore di sviluppo e progresso) senza cadere nel tranello, fatale e poco lungimirante, della guerra dei prezzi che non giova a nessuno (o quasi). Anche perché non bisogna dimenticare che così come la Cina potrà vendere in Europa, così le aziende europee potranno vendere in Cina, in un mercato, si fa per dire, di un miliardo e trecento milioni di clienti potenziali di cui, fra una decina d'anni, forse un venti per cento disporrà di un potere d'acquisto equivalente alla media europea. Una grossa opportunità, quindi, per chi saprà sin d'ora analizzare il problema con cura e trovare le soluzioni opportune. Sarebbe fare un affronto alle capacità dei nostri industriali (o di alcuni fra essi) il voler, in questa sede, proporre un ventaglio di soluzioni che certamente molti tra di loro hanno già preso in considerazione. Avanti tutta, dunque, per chi ha già iniziato il lavoro ed esortazione ad intraprenderlo per chi ancora non lo avesse fatto.

Si tratta, in altri termini, di mettere in pratica l'azione fondamentale dell'arma nobile, il fioretto, di quell'elegante e difficile sport che è la scherma: la "parata e risposta".

C'è, del resto, per gli scettici su quanto veniamo dicendo un fatto significativo che indica quale sia lo sforzo intenso che la Cina (senza dimenticare il miliardo di indiani) sta producendo nel rinforzare la propria struttura produttiva. Ed è quello del prezzo dell'energia. In realtà il prezzo del petrolio aumenta non tanto per il prezzo all'origine e per le turbolenze politiche di alcuni paesi produttori, quanto piuttosto per la domanda che viene da paesi i cui bisogni sono quasi esponenzialmente crescenti. A ciò si potrebbe aggiungere il prezzo di alcune materie prime, come l'acciaio, che vengono razziate da Cina ed India sui mercati mondiali a prezzi crescenti sia per l'aumento della domanda sia per la difficoltà di assicurarne il trasporto (carenza di battelli) con il conseguente e scontato aumento dei noli.

Anche qui gli americani, pur ragionevolmente preoccupati, danno delle lezioni di ottimismo e considerano l'emergenza di queste nuove potenze economiche (e politiche) non tanto come un pericolo mortale (che pure esse costituiscono per i più sprovveduti o, semplicemente, incapaci) quanto piuttosto come una nuova ed estremamente attraente "opportunity" di nuovo business e, conseguentemente, di nuovi profitti. Assumono, con entusiasmo, il nuovo "challenge" che si presenta sul loro cammino senza impelagarsi e dilettarsi con grande autosoddisfazione, come avremmo tendenza a fare noi europei, in autocompiacimenti sulla loro storia millenaria (che nel caso specifico non lo è), ma fiduciosi, come tutti i popoli giovani, nelle proprie capacità e risorse per far fronte alle sfide future. Anzi presenti!

L'atmosfera di Nashville o meglio di Opryland, il sito della esposizione, era come al solito allegra e distesa. Perfino fabbricanti di prodotti che anche a degli ottimisti quali noi siamo sembravano invendibili, manifestavano soddisfazione per i risultati acquisiti e ottime e fondate speranze per le vendite future. Il che è tutto dire.

In tale gioiosa atmosfera il drappello latino (italiani, spagnoli, messicani, sud americani) si trovava a pieno agio soprattutto nel corso delle cene di fine giornata, occasione rituale di scambi e di rafforzamento di rapporti al di là dei limiti puramente professionali.

Molto apprezzata, come già sottolineato in passato, la nuova apertura della nfda verso l'internazionale, frutto del lavoro e della volontà di Deborah Andres, responsabile del settore, che non poteva essere meglio scelta in questo tipo di attività viste le sue origini scozzesi-canado-cubane oltre che, ma questo va da sé, per le sue capacità organizzative e per la resistenza a carichi di lavoro talvolta improbi. Sappiamo dunque chi ringraziare per il ricevimento offerto dal presidente uscente Mark Musgrove nella sua sontuosa ed immensa suite a tutti gli operatori non americani presenti a Nashville. Momento privilegiato di relax e di allegria, ancor più esaltata dalla disponibilità di adeguati beveraggi, compreso il Jack Daniels bibita nazionale del Tennessee, in vari punti degli appartamenti del presidente.

Non possiamo chiudere questo rapido giro d'orizzonte senza ricordare il piacere di aver ancora una volta rivisto, a casa loro, persone come Scott Billingsley, direttore internazionale di BATESVILLE (800.000 cofani all'anno e "branch" del gruppo HILLENBRAND di Cincinnati, leader mondiale nel campo dei letti ospedalieri con decine di migliaia di dipendenti nel mondo intero), Dave De Carlo, Presidente di MATTHEWS BRONZES e Joe Bartolacci, dello stesso gruppo, Alan Elder e Gerry Davies (gli ex proprietari di York) del gruppo VENDOR, nonché Dale Rollings, consulente che tutti, negli States, conoscono, oltre che grande amico del nostro paese dove quasi ogni anno viene per dei tours cultural-gastronomici che lo affascinano (la prossima meta è la Puglia dove, è il caso di dirlo, troverà pane - di San Severo o di Altamura - per i propri denti, oltre che sublimi companatici) senza dimenticare "last but not least" Harry Pontone che dal suo quartier generale sulle colline di Brooklyn sta cogitando, da Presidente della Milso (300.000 cofani metallici all'anno), di venire ad esporre in Italia, nella terra degli antenati, in occasione di TANEXPO 2006.

A tutti questi amici ed ai molti altri che per sbadataggine non abbiamo menzionato vada il nostro più caloroso "goodbye" a Chicago nel 2005!

 
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