C'è la Grande Messe, occorre il defunto

Quale è stata nella storia della musica la più grande composizione sinfonico-corale di argomento funebre (se con "grande" ci si riferisce alle dimensioni dell'organico), e forse anche quella dalla nascita più contrastata e avventurosa?

Sicuramente la Grande messe des morts di Hector Berlioz (1803/1869).

"Questa messa è andata a bussare a tutte le tombe illustri, ma le rispondevano ostinatamente: 'non è qui'; alla fine però il suo sbocco, il suo morto o i suoi morti, li ha trovati. Il vivo si aggrappa al morto e non lo lascia più": così scriveva Le Figaro l'indomani della prova generale. Siamo nel dicembre del 1837. Era da un pezzo che il più moderno e controverso compositore francese dei suoi tempi si dava da fare perché gli fosse commissionata dal governo una grande Messa da requiem (e la musica era a quell'epoca in Francia veramente, sotto certi aspetti, un affare di stato); il sospirato incarico venne quando il Conte de Gasparin, ministro dell'interno e pari di Francia, gli chiese un lavoro da eseguirsi il 29 luglio del 1837, per commemorare le vittime delle rivoluzione del 1830 (quella appunto detta "di luglio"), e anche un certo maresciallo Mortier, caduto in un attentato un paio d'anni prima. Ma il partito di Luigi Cherubini, il compositore italiano che era divenuto il potentissimo direttore del Conservatorio di Parigi, e dominatore della vita musicale francese, la pensava diversamente: una commissione governativa di tale importanza non doveva andare a quel giovane, eccentrico compositore. L'esecuzione fu quindi cancellata, per la disperazione di Berlioz, che aveva scritto il lavoro, fatto copiare le parti, e assunto i musicisti per le prove a sue spese, rimanendo pressoché sul lastrico (e fra poco capiremo meglio il perché).

Ma per fortuna il 13 ottobre dello stesso anno la morte eroica del generale de Damrémont durante la battaglia di Costantina fornì l'occasione per una nuova grande cerimonia funebre ufficiale. In quel frangente appunto la Grande messe des morts fu felicemente ripescata e vide trionfalmente la luce alla Chapelle des Invalides davanti ad un uditorio comprendente principi di sangue, pari di Francia, corpo diplomatico e pressoché ogni altra disponibile autorità. Ma non tutto fu così semplice. Berlioz, giustamente timoroso di sabotaggi dell'ultimo minuto, sedeva vicino al direttore; costui nel momento più critico e decisivo della partitura come se niente fosse depose la bacchetta e mise la mano in tasca alla ricerca di una presa di tabacco, ma il compositore balzò in piedi, diede l'indispensabile attacco all'orchestra e condusse personalmente il tutto alla vittoriosa conclusione.

"Belle et bizarre, sauvage, convulsive et douloureuse": così il poeta Alfred de Vigny definì questa messe des morts che davvero grande fu, come tante altre opere di Berlioz, non solo per la qualità ma anche per le dimensioni: agli Invalides c'erano cinque orchestre (una al centro e quattro gruppi di ottoni in dislocazione quadrifonica) per un totale di 200 strumentisti, fra cui 16 timpani e 20 piatti, e 210 coristi; e l'autore sperava che in altre future esecuzioni questi madornali organici, che lui stesso definiva "babilonesi", crescessero ancora di molto.

E il senso profondo di tutto ciò, secondo il grande critico Fedele d'Amico, è proprio il puro scatenamento di energie senza esito, senza soluzione: "nessuna requie (…) bensì una pura contemplazione della morte, sfornita di qualunque proposito edificante (o, inversamente, blasfemo)". La grandezza delle composizioni "funebri" di Berlioz non è davvero solo quella esteriore; pensiamo anche alla Grande symphonie funèbre et triomphale per coro e banda che egli diresse per le vie di Parigi in testa a 200 esecutori: per Richard Wagner, un musicista che poteva essere anche molto severo nei confronti dei colleghi, "un capolavoro dalla prima all'ultima nota".
 
Franco Bergamasco

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