La dignità nel morire

Oggi, grazie allo sviluppo delle scienze mediche, si è reso possibile non solo vincere molte malattie, ma anche prolungare la vita a molti malati, rendendo la “morte” un evento sempre meno naturale e sempre più controllabile. Se è vero che curare i morenti significa aiutarli a conservare uno stato sociale, allora è sempre più necessario formare adeguatamente il personale sanitario che con essi e con i loro familiari opera. A partire dall’approvazione di un preciso disegno legislativo sul fine vita.
Negli ultimi anni si è rafforzato sempre più il fenomeno della medicalizzazione della morte. Si muore sempre più spesso lontano da casa, affidati alle cure di una istituzione sanitaria, pubblica o privata, che dispone di mezzi e di personale specializzato, ma non in grado di compensare la perdita delle relazioni umane. Questo contesto configura un ambito assolutamente inedito, eppure cruciale, in cui collocare l’azione di un servizio sociale che operi per ricucire la frattura relazionale tra il paziente, i suoi cari e il sistema sanitario. In quella frattura si consumano, infatti, decisioni di straordinaria densità sul fine vita. Di questo argomento così delicato e complesso in Italia non si discute, né si pubblica.
Il libro “La dignità nel morire. Intervento sociale, bioetica, cura del fine vita” affronta con lucidità, competenza e partecipazione il tema del fine vita. Gli autori, nella loro attività di assistenti sociali, vi si sono spesso confrontati, constatando come in Italia manchi una precisa normativa che agevoli i “professionisti dell’aiuto” (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori, operatori socio sanitari, religiosi) ad accompagnare i malati cronici e terminali nel percorso finale di avvicinamento al momento ultimo. Come essi stessi hanno sottolineato, “il nodo più ostico da sciogliere riguarda la natura di alimentazione e idratazione artificiale” che, pur prescindendo dalle motivazioni etiche personali di chi si prende cura del malato, non può non considerare la volontà dello stesso.
Un aspetto centrale del problema, e di scottante attualità poiché legato ad episodi di cronaca recente, riguarda la questione del testamento biologico: se è compito dell’assistente sociale supportare la persona nella sua autodeterminazione anche nelle fasi ultime della propria esistenza, allora esso, come sostiene Nicola Martinelli, “vuole essere un documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico” proprio perché “i tempi sono maturi perché si inizi a rispettare il diritto di ogni cittadino a decidere in autonomia e libertà il proprio futuro, soprattutto nel caso si realizzasse la malaugurata condizione di impossibilità o di incapacità ad esprimere la propria volontà. Sono questi il senso e il significato del testamento biologico”.
Ma senza una relazione risanata tra degente e assistente sociale non è possibile recuperare fino in fondo il senso profondo della compassione dalla quale può maturare la decisione sul momento ultimo. Nessuna norma giuridica, infatti, può sostituire il valore etico di un accompagnamento sensibile e umano che consenta a ciascuno di aspirare a congedarsi con dignità. Come ben evidenzia Mina Welby nella prefazione al testo, “nessuno, nemmeno il medico, può decidere al posto del malato in una situazione simile. Il consenso informato vale anche per il momento dell’incapacità di comunicare. […] Abbiamo le migliori leggi in materia di assistenza, ma non c’è giorno che i più deboli non debbano lottare per i propri diritti”. Ed è quanto il volume vuole provare a fare offrendo molteplici spunti per la discussione.
 
Nara Stefanelli

“La dignità nel morire. Intervento sociale, bioetica, cura del fine vita”.
di Patrizia Lisi, Rita Floridia, Nicola Martinelli, Ugo Albano. Prefazione di Mina Welby.
Edizioni La Meridiana, Collana Premesse, pp. 144, Euro 14,50.

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