La danza macabra

Totentanz. In tedesco, “danza macabra” o “danza della morte”. Si tratta di un archetipo letterario e di un tema iconografico che si diffuse nel Tardo Medioevo e che ispirò poeti e artisti del tempo. Alla danza macabra partecipavano uomini e scheletri, personificazioni della Morte. Gli uomini solitamente erano abbigliati con costumi tipici che ne indicavano il rango sociale e il mestiere. Tutte le categorie erano rappresentate, perfino il Papa e il Principe. Intorno agli umani ballavano gli scheletri, la cui funzione era quella di ricordare come la morte sia ineluttabile e colpisca tutti senza esclusioni di alcun genere. Pare che il propagarsi del tema della danza macabra sia da attribuire alla grande peste del 1348 che decimò le popolazioni di tutta Europa e che, come è noto, colpì tutte le classi sociali. Con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento vennero meno le premesse che avevano portato alla sua diffusione e perse la propria influenza. Fu con il Romanticismo, soprattutto con quello tedesco, che il tema conobbe una seconda giovinezza e tornò prepotente ad ispirare poeti, pittori e soprattutto musicisti.

Primo fra tutti Schubert che negli ultimi anni della sua vita, nel 1817, compose il lied "Der Tod und Das Mädchen" (La morte e la fanciulla), su testo di Matthias Claudius. “Lied”, in tedesco, significa “canzone” e più in generale “composizione vocale accompagnata da pianoforte”. Contrariamente alla Morte così come veniva rappresentata nel Medioevo, quella del lied di Schubert e di tutto il Romanticismo tedesco risulta personificata in una singola figura, coinvolta in un vero e proprio dialogo con l’essere umano cui si avvicina. Un dialogo che si serve delle movenze della danza e che assume le caratteristiche di un incontro d’amore con la fanciulla. L’amore e la morte, e soprattutto la loro sublime unione, sono in assoluto i temi cardine del Romanticismo europeo. Schubert, come uomo del proprio tempo, ne fu particolarmente attratto tanto che sette anni dopo, nel 1824, compose il celeberrimo quartetto “La morte e la fanciulla”, uno dei suoi capolavori, nato sulla base della melodia creata per il lied. Inizialmente non incontrò i favori dei contemporanei, che in realtà non amavano molto la musica di Schubert, tanto che con diverse modifiche fu pubblicato e stampato solo quattro anni dopo la morte del compositore che avvenne nel 1828.

Qualche anno più tardi, tra il 1834 e il 1859, un altro grande autore si lascerà sedurre dalla danza macabra, Franz Liszt. La sua “Totentanz” è una composizione per pianoforte e orchestra che, come altre opere, ha avuto un destino impervio: una gestazione lunghissima, ben venticinque anni, poche esecuzioni e numerose accuse di eccessiva drammaticità e difficoltà di esecuzione, fino alla riscoperta avvenuta solo in tempi recenti grazie ad Arturo Benedetti Michelangeli. È una versione del “Dies Irae” in canto gregoriano, che pare ispirarsi ai dipinti del “Trionfo della Morte” del Campo Santo di Pisa, attribuiti a Andrea di Cione di Arcangelo, detto l’Orcagna. Secondo Piero Rattalino (“Il concerto per pianoforte e orchestra”, Giunti Ricordi, Milano 1988), la creazione del secondo tema, in cui i primi tre suoni sono identici ai primi tre del primo tema, “fa della Totentanz una delle maggiori invenzioni formali della musica romantica”.
Molto legato a Liszt e alla sua musica fu Camille Saint-Saëns, compositore e pianista francese che nel 1874 realizzò la sua “Danse macabre op. 40”. L’opera, che nacque come chanson e che venne strumentata in seguito, si ispira al poemetto grottesco di Henri Cazalis in cui la morte suona un violino scordato all’interno di un cimitero. Le sue note stridenti richiamano i morti dalle tombe, facendoli ballare in una danza macabra e infernale, avvolti da grida e da risa orribili. All’improvviso i defunti si fermano e si mettono in ascolto, il vento porta con sé le note della Morte. La musica ricomincia e anche la danza, più selvaggia di prima. Di nuovo, la Morte smette di suonare e questa volta nel silenzio spicca il canto del gallo. Ai morti non resta che affrettarsi a raggiungere di nuovo le proprie tombe. La lettura di Saint-Saëns è decisamente più moderna di quella dei suoi predecessori e si proietta già oltre il Romanticismo. D’altra parte il compositore morirà nel 1921, all’avvento del jazz: il suo, insomma, è il sentire di un uomo del nuovo secolo.
 
Il nostro percorso attraverso l’evoluzione della danza macabra ci porta al 1968 in Italia, quando Fabrizio De André realizza uno dei primi concept album della storia della musica italiana, “Tutti morimmo a stento”, liberamente ispirato alla “Ballata degli Impiccati” di François Villon del 1489 in cui il poeta, che pare abbia scritto il testo in attesa di essere giustiziato, si appella alla carità e al perdono cristiani per sé e per i propri compagni di sventura. L’album di De André contiene una canzone, “Ballata degli Impiccati”, in cui appaiono evidenti i tratti più noti della poetica del cantautore genovese, l’affinità e l’empatia verso gli emarginati, i perdenti, coloro che in qualche modo vengono rifiutati dalla società, ma che ne fanno indiscutibilmente parte e anzi la pervadono molto più di quanto sia facile credere. Questo concetto diventa ancora più evidente nell’album di De André del 1971, “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, ispirato alla Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, pubblicata tra il 1914 e il 1915 negli Stati Uniti, ma che in Italia arrivò solo nel 1943 grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Ogni poesia che compone l’opera racconta la vita di alcune delle persone sepolte nel cimitero di un piccolo paese della provincia americana. La struttura dell’album di De André ricalca quella dell’opera di Masters e, proprio come nella tradizione medievale, gli uomini sono rappresentati attraverso il mestiere che hanno svolto in vita. Così sono un giudice, un medico, un ottico a raccontarci le loro storie. La danza macabra che coralmente riporta le vite custodite dal cimitero di Spoon River è l’incipit del libro e dell’album “La collina” in cui rivivono alcuni degli abitanti della cittadina che, in questo caso, sono identificati con il loro nome e non per il mestiere che fanno. A differenza delle danze macabre del passato, qui i morti non ballano, ma dormono, dormono sulla collina. Sarà poco dopo, quando si sveglieranno e inizieranno a raccontare la propria storia, che sfuggire a quella danza macabra sarà quasi impossibile.
 
Sara Sacco


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