purgatorio v, 124

"Lo corpo mio gelato in su la foce"

Il tema più importante del canto V del Purgatorio dantesco è la morte violenta (per assassinio o in battaglia), considerata dal punto di vista della vittima. Siamo nell'antipurgatorio, il luogo cioè in cui alcune anime, per vari motivi, devono attendere molto tempo prima di poter iniziare il percorso di purificazione che consentirà loro di accedere alla condizione di beati.

"Noi fummo tutti già per forza morti / e peccatori infino all'ultima ora; / quivi lume del ciel ne fece accorti": si tratta qui appunto delle anime di coloro che solo nell'imminenza del trapasso, giunto improvviso e "per forza", cioè violento, rivolsero il loro spirito a Dio. È una grande occasione, per Dante, per concentrare la propria attenzione appunto sul tema della morte violenta, ma anche su quello della misera sorte del corpo umano colpito, e a volte anche disperso.

È così che prende forma nel racconto di Jacopo del Cassero, ex podestà di Bologna, la storia di un omicidio politico: l'oltranza di un odio implacabile - sullo sfondo delle feroci contese dell'Italia dei Comuni - una fuga, una strada sbagliata, i sicari che raggiungono la vittima: "li profondi fori / ond'uscì il sangue sul quale io sedea / fatti mi fuoro in grembo agli Antenori" (cioè nei dintorni di Padova). Ed ecco l'immagine dello scorrere del sangue, del vederlo spandersi intorno a sé, che contrassegna anche la bellissima chiusa dell'episodio: "Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco / m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'io / de le mie vene farsi in terra laco", con il ricordo dello sguardo fisso sul proprio sangue che insieme alla vita esce dal corpo trafitto, a mescolarsi ed ad annullarsi nell'acqua della palude.

Più lunga ed articolata la storia del secondo personaggio, cui Dante chiede "Qual forza o qual ventura / ti traviò sì fuor di Campaldino, / che non si seppe mai tua sepultura?". Lo scrittore stesso aveva combattuto nel 1289 nella battaglia di Campaldino, e Buonconte da Montefeltro era uno dei condottieri della parte avversa. Anche qui si parte da un fatto di cronaca - un corpo non più ritrovato sul campo di battaglia - di cui in questo caso si immagina di poter dare la spiegazione.

Non manca nel racconto di Buonconte una ripresa dell'immagine del sangue che si spande sul terreno (là "arriva' io forato ne la gola, / fuggendo a piede e sanguinando il piano"), ma un altro è il tema dominante. Dante riprende un motivo della cultura religiosa popolare del medioevo, spesso raffigurato anche dai pittori, quello della contesa fra un diavolo e l'angelo custode per l'anima del defunto: "Tu te ne porti di costui l'etterno [cioè l'anima] / per una lagrimetta che 'l mi toglie", dice il diavolo all'angelo, "ma io farò de l'altro altro governo!", e "l'altro" è appunto il corpo, la povera spoglia senza vita su cui la forza del male eserciterà la sua sterile vendetta. Ecco dunque il nubifragio, l'inondazione che travolge il cadavere di Buonconte e lo sospinge nel fiume; ecco quel povero corpo, il cui ricordo suscita ancora pietà in un'anima che pure è destinata alla felicità eterna, sommerso e inesorabilmente fatto scomparire dalla piena e dai detriti ("la preda") che essa trascina: "voltòmmi per le ripe e per lo fondo, / poi di sua preda mi coperse e cinse". Certo raramente il sentimento profondamente cristiano della sacralità del corpo umano è stato espresso con tanta intensità come in questi racconti, in cui se ne ritrae la violazione più spietata.

 
Franco Bergamasco

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