IL CONVITATO DI PIETRA

Una antica leggenda, che la tradizione orale ha diffuso per secoli in centinaia di versioni nel folkore di tutta Europa, narra la storia di un giovane gaudente sbadato che, imbattutosi lungo un sentiero nel cranio di un morto, lo prende a calci e lo invita derisoriamente a cena. Più tardi, lo scheletro si presenta davvero ai convitati atterriti, ma si rifiuta di consumare cibo terreno e ricambia l'invito al giovane sacrilego, che deve accettare e alla fine muore, o perlomeno visita l'Aldilà.


Qui stanno le origini del nucleo essenziale della storia di Don Giovanni, il dissoluto punito, che soprattutto la versione teatrale di Molière (1622-1673) e quella operistica di W. A. Mozart (1756-1791), su libretto di L. da Ponte, hanno reso immensamente celebre. Su quest'ultima in particolare appunteremo brevemente la nostra attenzione. Un'innovazione introdotta rispetto alla leggenda popolare sta nel fatto che Don Giovanni proprio all'inizio dell'opera aveva ucciso in un duello l'austero Commendatore, accorso in difesa della figlia che il libertino stava vittoriosamente seducendo; il Morto, dunque, ha una precisa identità. L'incontro avviene nella scena 12 dell'atto II (Cimitero circondato da un muro; diversi monumenti equestri, fra cui quello del Commendatore. Chiaro di luna): la voce solenne e terribile che proviene dalla statua ("di rider finirai pria dell'aurora [...] Ribaldo audace! / Lascia a' morti la pace.") interrompe la sacrilega risata di Don Giovanni e anticipa la conclusione drammatica della vicenda. È, anche nei suoi caratteri musicali di fissità ieratica, la voce stessa del Sacro, del soprannaturale.

Ma il Dissoluto non si adegua alla nuova dimensione che gli si affaccia di fronte, e la risposta è sprezzante: l'invito a cena rivolto al "vecchio buffonissimo". L'invito è accettato e nella scena 17 il Convitato di pietra si presenterà, imponendo una terrificante svolta al clima drammatico e musicale, al cospetto di Don Giovanni immerso nei bagordi ("vivan le femmine!/Viva il buon vino!").

L'insistenza di questa scena sul tema del cibo e dell'ingordigia di Don Giovanni può far pensare a una traccia di antichi rituali mortuari: il libertino sta in realtà consumando il suo pasto funebre. Certo è proprio il tema del cibo a sancire la barriera fra i due mondi: "non si pasce di cibo mortale/chi si pasce di cibo celeste". La conclusione segue l'antica leggenda popolare nel motivo dell'invito a cena ricambiato da parte del messaggero dell'aldilà, ma vi aggiunge il grande scontro fra la dimensione morale ("Pèntiti, cangia vita:/è l'ultimo momento") e quella del rifiuto, della ribellione pervicace.

È così che in Don Giovanni sprofondato all'inferno (un finale tragico per una 'opera buffa') si sono potuti vedere (specie nelle interpretazioni otocentesche) i tratti di una sorta di eroe del moderno libero pensiero. Non sapremo mai se o quanto Mozart sarebbe stato d'accordo.

 
Franco Bergamasco

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