Cleopatra muore cantando (e il premio non viene assegnato)

Certamente sono ben pochi i protagonisti della storia antica cui sia toccata in sorte nei secoli successivi una fama pari a quella che ebbe Cleopatra, la bellissima ultima regina della stirpe egiziana dei Tolomei, sposa (proprio così…) e nemica acerrima di suo fratello Tolomeo, amante prima di Giulio Cesare, poi di Marco Antonio, e insieme a quest’ultimo sconfitta da Ottaviano (il futuro primo imperatore romano col nome di Augusto) e morta suicida nel 30 a.C.
La gloria letteraria di “Cleopatràs lussuriosa” (Dante, Inferno, V, 63) consiste essenzialmente nell’Antonio e Cleopatra shakespeariano e nella sua inesausta fortuna sui palcoscenici del mondo, ma innumerevoli sono i dipinti che hanno rappresentato la morte della regina – un bellissimo nudo, invariabilmente – che si fa pungere il seno da un serpentello velenoso; e la musica non è stata da meno, se tra la metà del Seicento e la metà del Novecento si contano più di quaranta titoli, quasi sempre operistici, dedicati ad essa, tratti quasi sempre da Shakespeare.
Ma toccò a Hector Berlioz (1803 – 1869) dare la più notevole raffigurazione musicale del personaggio di Cleopatra, rinunciando alle ambizioni operistiche e abbandonando il riferimento al grande modello drammaturgico shakespeariano, per concentrarsi strettamente, in una composizione breve, sul momento cruciale della vita della regina: la sua morte.
Berlioz, il più eterodosso ed irregolare dei grandi compositori francesi (e non solo) dell’Ottocento, mai ebbe rapporti facili con le istituzioni musicali ufficiali del suo Paese. Una di esse, passaggio pressoché obbligato, per decenni, per ogni giovane compositore in cerca di affermazione, era il Prix de Rome, la cui vittoria procurava tra l’altro un soggiorno di due anni nella splendida residenza romana di Villa Medici, tuttora sede italiana dell’Accademia di Francia. Senonchè, il Prix de Rome è passato alla storia anche per la singolare miopia accademica che spesso lo ha contraddistinto, e memorabile fu il fatto che appunto un giovane genio come Berlioz dovette partecipare ben quattro volte per vincerlo!
Uno dei lavori “snobbati” dai giurati fu proprio quel capolavoro giovanile che è la scena lirica per voce e orchestra Cléopâtre, presentata nel 1828. Nel lavoro di Berlioz (su testo di P.A. Viellard) la regina è colta proprio negli attimi che precedono la morte; essa riflette, ripensando alle vicende appena trascorse: l’arrivo del vincitore Ottaviano nella reggia dove lei s’è barricata; il tentativo, stavolta inutile ed umiliante, di sedurre anche lui come un giorno Cesare e Antonio; l’ordine di prepararsi per andare a Roma, destinata ad essere esibita come trofeo.
Nel canto di Cleopatra il rimpianto, la rabbia, il senso di colpa si trasformano in desiderio di morte (“per me non c’è che la notte eterna”); ma, rivolgendosi ai faraoni antenati con violente impennate sul forte, “profanerei lo splendore delle vostre dimore funebri”, essa conclude, mentre una sorta di marcia funebre accompagna la risoluzione di affidare la propria morte ad un vile rettile. Nel finale, dalle zone più profonde dell’orchestra un ritmo ostinato emerge e intercala il canto spezzato della morente con una pulsazione convulsiva, interrotta da silenzi e dissonanze, che sembra evocare prima l’avvicinarsi del serpente, poi il diffondersi del veleno. E convulsa, volutamente disarmonica è un po’ tutta la partitura: davvero troppo per i dottissimi ma cauti giudici del Prix, che pure quel tema così drammatico avevano proposto.
 
Franco Bergamasco

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