'O campusantu d''Funtanelle tra devozione e mito

Il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, uno dei più suggestivi d'Italia, ripreso dalla fotocamera di Augusto De Luca.


Luogo unico al mondo dove storia, tradizione e devozione popolare si intrecciano dando vita a leggende ammantate di mistero che regalano forti emozioni a chi le sa ascoltare: tutto questo è il cimitero delle Fontanelle di Napoli. A ben vedere sarebbe più corretto parlare di ossario, poiché qui non troviamo le classiche sepolture, ma una vastissima raccolta di resti umani di persone (se ne sono contate circa 40.000) vittime per lo più delle grandi epidemie del passato.

Il suo nome ha origine da antiche fonti d’acqua che scavando per millenni la roccia di tufo hanno creato le condizioni ottimali per l’estrazione di tale materiale usato per la costruzione degli edifici della città. La storia del cimitero ebbe inizio nel 1654, quando Napoli fu colpita da una grande pestilenza. Poiché le chiese, che fino ad allora erano gli unici luoghi deputati ad accogliere i defunti, non erano più sufficienti ed adeguate a far fronte all’alto numero di decessi, si ricorse alle cave dismesse di tufo. A questa tragedia si aggiunsero le vittime di altri rilevanti eventi funesti, in particolare dell’epidemia di colera del 1836.

Il sito si sviluppa su un’area di 3.000 mq ed è costituito da tre grandi gallerie chiamate navate, che richiamano la struttura di una chiesa. La navata sinistra è conosciuta come la navata dei preti perché ospita i resti provenienti da chiese e comunità religiose; la navata centrale è definita la navata degli appestati poiché è proprio in essa che sono stati riposti coloro che morirono flagellati dalle epidemie, mentre la navata destra, detta navata dei pezzentielli, è, come si può intuire dal nome, il luogo dove, a partire dal 1764, sono stati collocati gli indigenti quando una memorabile carestia mieté molte vittime soprattutto fra gli strati più poveri della popolazione.

La devozione delle "anime pezzentelle"

Sono proprio i resti di questi poveri anonimi defunti ad aver maggiormente toccato il cuore dei napoletani e ad aver dato luogo alla spontanea e curiosa forma di devozione delle “anime pezzentelle”. Si trattava dell’adozione del teschio, detto “capuzzella”, di una di queste “anime abbandonate” in cambio di una sorta di protezione celeste. Il cerimoniale era piuttosto complesso: in una prima fase il cranio prescelto veniva pulito e lucidato e posto in teche di legno su fazzoletti ricamati, contornato da lumini e fiori e successivamente anche da un rosario messo al collo per formare un cerchio. In una fase successiva il fazzoletto veniva sostituito da un cuscino altrettanto finemente ricamato e ornato di pizzi e merletti. Alla capuzzella veniva poi attribuito un nome ed una storia che si diceva fosse stata rivelata in sogno. Alla sua anima si indirizzavano preghiere e si offrivano suffragi, in cambio di una grazia o, molto più spesso, dei numeri da giocare al lotto. Se le aspettative venivano disattese il teschio poteva essere abbandonato a favore dell’adozione di una nuova capuzzella.

Questi suggestivi rituali, espressione di un sentimento popolare tendente a stabilire un legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti in una concezione di reciproco aiuto, raggiunsero il loro apice negli anni della II guerra mondiale e nei decenni successivi, fino a che il parroco della chiesa delle Fontanelle, preoccupato per queste pratiche che ben poco avevano a che fare con la religione cattolica, si appellò al cardinale Corrado Ursi, allora arcivescovo di Napoli, per un consiglio al fine di arginare questo fenomeno. Ne conseguì un decreto del Tribunale ecclesiastico, datato 29 luglio 1969, che vietò senza mezzi termini il culto delle anime pezzentelle mettendo fine ad una tradizione, seppure ben radicata nella comunità, mai riconosciuta ed approvata dalla Chiesa.

Questa interdizione, accompagnata da un progressivo mutamento nella mentalità della gente, fece sì che questo luogo fosse sempre meno visitato, fino a cadere in uno stato di completo abbandono. Ripristinato nel 2002, ma aperto al pubblico solo in occasione di particolari festività, solo dal 2010 che è regolarmente accessibile alle visite dopo che una pacifica protesta degli abitanti del rione Sanità convinse l’amministrazione comunale a renderlo fruibile in modo coordinato e continuativo.

Come si può immaginare, l’impressionante numero di teschi, femori e tibie ospitate nelle gallerie ha dato vita a tante storie dal sapore noir, che ancora oggi sopravvivono nella cultura partenopea. Una delle più famose e raccapriccianti è la leggenda fiorita attorno al cranio del “Capitano”, di cui esistono più versioni. La più nota è quella che racconta di una giovane molto devota al teschio in questione che soleva visitare e ricordare sempre nelle sue preghiere. Il fidanzato, geloso di tutte queste attenzioni, un giorno  decise di accompagnarla al cimitero e munito di un bastone di bambù lo conficcò nell’orbita vuota del teschio, mentre, deridendolo, lo invitava al loro futuro matrimonio. Il giorno delle nozze venne notata la presenza di uno sconosciuto in divisa da carabiniere. Alla richiesta da parte dello sposo di identificarsi, rispose che era stato proprio lui ad invitarlo e affermando ciò, dopo avergli a sua volta accecato un occhio, si tolse i vestisti rivelando di essere nient’altro che uno scheletro e trascinando con sé nella morte tutti i convenuti.

Le Fontanelle nella visione del fotografo Augusto De Luca

Un sito così singolare, ricco di storia e di suggestioni, non poteva sfuggire alla sensibilità e all’obiettivo del fotografo partenopeo Augusto De Luca, che ha documentato in maniera del tutto originale il cimitero delle Fontanelle.
Ogni mia foto è filtrata dall'’emozione, dal rapporto che si crea tra me ed il luogo da ritrarre – ci spiega. - Quando vedo qualcosa che mi attrae, comincio a girarci intorno per trovare la mia personale inquadratura. È un lavoro su di me e sulla città al tempo stesso. Il Cimitero delle Fontanelle mi ha sempre affascinato e mai impaurito; la collocazione di quelle centinaia di migliaia di ossa in maniera così precisa, puntuale e geometricamente ineccepibile, mi ha sempre infuso una tranquillità interiore, una sensazione di “sistemato”, di “organizzato”, che rende il luogo meno minaccioso, anche se sempre straordinariamente misterioso. Questo, insieme alla storia ed alle leggende, mi ha spinto ad interpretarlo in modo del tutto personale. In alcune immagini mi sono ispirato allo “still life”, uno stile fotografico molto diffuso in pubblicità, utilizzato per la rappresentazione di oggetti inanimati; in altre invece ho utilizzato un ’semi-mosso’ impostando sulla macchina fotografica un tempo lungo e muovendo leggermente la mano al momento dello scatto, dando così la sensazione di un oggetto che si sdoppia, un oggetto dal quale esce la sua anima. Queste foto le ho realizzate in due occasioni diverse. Credo comunque che presto ci ritornerò e quello spettacolo unico ed insolito ispirerà sicuramente altri scatti ed altre interpretazioni inconsuete“.
Una documentazione molto particolare quella del fotografo De Luca, che testimonia l’unicità del cimitero delle Fontanelle, un patrimonio culturale e materiale dove vita, morte, spiritualità e bisogni terreni si intersecano e si fondono con una spontaneità e una naturalezza propria dello spirito altrettanto unico del popolo partenopeo.
 
Raffaella Segantin


CENNI BIOGRAFICI

Augusto De Luca, (Napoli, 1 luglio 1955) è un fotografo e performer italiano. Studi classici, laureato in giurisprudenza, è diventato fotografo professionista nella metà degli anni '70. Si è dedicato alla fotografia tradizionale e alla sperimentazione utilizzando diversi materiali fotografici.

Ha ritratto molti personaggi celebri: Renato Carosone, Rick Wakeman, Carla Fracci, Hermann Nitsch, Pupella Maggio, Giorgio Napolitano e molti altri.

É conosciuto a livello internazionale ed ha esposto in moltissime gallerie e musei. Ha inoltre realizzato immagini pubblicitarie, copertine di dischi e libri fotografici.

Le sue fotografie compaiono in collezioni pubbliche e private come quelle della International Polaroid Collection (USA), della Biblioteca Nazionale di Parigi, dell'Archivio Fotografico Comunale di Roma, della Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Cina (Pechino), del Museo de la Photographie di Charleroi (Belgio).


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