Il cimitero della Certosa a Bologna

Bologna, 1801. Il monastero della Certosa di San Girolamo, fondato nel 1334, viene trasformato nel cimitero cittadino. A differenza di gran parte dei cimiteri ottocenteschi, dunque, quello bolognese non è stato creato ex novo, ma si
è sviluppato su un immobile medievale, per poi divenire, con costruzioni, trasformazioni e aggiunte realizzate fino agli anni ’70, quell’articolato complesso di chiostri, gallerie e portici che si presenta al visitatore oggi. Di più: nella realtà la storia del sito è ben più antica, e risale fino agli etruschi.
Cimitero della Certosa, 1869: nel cortile del Chiostro Terzo viene rinvenuta una cista in bronzo. Da questa scoperta partiranno gli scavi archeologici che condussero alla scoperta del più grande sepolcreto etrusco della città.
Le indagini portarono alla luce 421 tombe, databili tra il VI e IV secolo a.C., disposte ai lati di una strada che dalla città portava verso gli Appennini in direzione di Misa (Marzabotto) e dell’Etruria. È possibile che i frati dell’Ordine Cartusiano abbiano scelto proprio per questa ragione l’attuale sito come luogo ove edificare il loro monastero. Del resto, le indagini archeologiche svolte nel XIX secolo sotto la chiesa portarono all’individuazione di alcune tra le più importanti tombe proprio in corrispondenza dell’altare maggiore: i monaci erano dunque a conoscenza della presenza di vetuste sepolture a cui avranno certamente dato una forte connotazione simbolica.
Tutto il materiale recuperato negli scavi, di estremo valore documentario e artistico, è ora visibile nel Museo Archeologico cittadino.
Quello che nel XIV secolo doveva essere un piccolo complesso architettonico che rispecchiava il dettato di austerità dell’ordine, nel XVIII secolo divenne uno dei più ricchi e sontuosi monasteri di Bologna. Molti fra gli scrittori e gli artisti in visita alla città, come Goethe, non mancarono di visitarla. Questa vocazione "turistica" sopravvisse, anzi crebbe per tutto il XIX secolo, anche a trasformazione avvenuta in cimitero: fra gli altri Byron e Dickens lasciano traccia del loro stupore nel visitare la Certosa.
La Certosa si trasformò nella memoria storica e artistica di Bologna. Un vero e vivo museo all’aria aperta, una città nella città. Una vocazione confermata dalla presenza delle sculture e degli affreschi votivi quattro-cinquecenteschi che furono asportati dalle chiese, dai conventi e dalle cappelline cittadine in seguito agli eventi rivoluzionari del 1797, e collocati in Certosa. Gran parte di queste opere sono ora confluite nel Museo Civico Medievale. In questo contesto di rimandi alla memoria e alla vita cittadina bisogna segnalare anche il vastissimo repertorio di epigrafi latine, che nei primi decenni dell’ottocento ebbero fama internazionale per la loro qualità e ricercatezza e che divennero una solida tradizione locale che però già sul finire del secolo era scaduta in uno stile più corsivo e monotono allineandosi ad uno stile più tipicamente cimiteriale.
La complessa articolazione spaziale del Cimitero è palese frutto di una ricerca di bolognesità, almeno per quanto riguarda tutto l’edificato ottocentesco. Passeggiando per il cimitero si ha la sensazione di percorrere strade e portici, piazze e cortili in cui le sculture e i monumenti si fondono e completano con l’architettura.
Va sottolineata nuovamente la data di fondazione del cimitero, il 1801, poiché è una data veramente precoce per la costruzione di un cimitero cittadino secondo le regole nate in ambito illuministico e codificate da Napoleone. Cimiteri ben più grandi e celebri vengono fondati decenni dopo: il Cimitero di Staglieno a Genova nel 1851, il Monumentale di Milano nel 1863, per fare due esempi, e riflettono quindi le tendenze artistiche dalla metà dell’Ottocento in avanti, dal Realismo al Simbolismo. All’interno della Certosa di Bologna, invece, si può apprezzare una ricca raccolta di monumenti del periodo neoclassico.
Un neoclassicismo tutto particolare, quello bolognese: per i materiali utilizzati e per ragioni stilistiche. La città entra nel XIX secolo con una antica e gloriosa eredità artistica: la pittura ha vissuto il suo periodo di splendore nel XVII secolo, con i Carracci, Guido Reni e il Guercino, per citare i nomi dei più rilevanti; la tradizione scultorea, ancora viva, è quella dell’Accademia Clementina, poi Accademia delle Belle Arti dal 1803. Il costo e la difficoltà di importare marmi e pietre di pregio aveva sviluppato l’uso di materiali poveri come stucco, gesso e scagliola, che ben si adattavano a fondersi con le decorazioni pittoriche e ad affresco. Questa tradizione è evidente nelle tombe monumentali più antiche del cimitero, in gran parte costituita da dipinti murali o da monumenti scultorei in gesso e stucco, più raramente da sepolcri in cui si fondono le due tecniche. In casi rarissimi si incontrano monumenti in marmo, come ad esempio nel Sepolcro Caprara o nella Tomba Malvezzi-Angelelli (su cui è posto uno dei capolavori dello scultore Lorenzo Bartolini) che diventano simboli di potere e di grandi capacità finanziarie. Del neoclassico bolognese si segnala come esempio di tomba dipinta il Monumento Sampieri. L’opera venne realizzata da Pelagio Palagi, che proprio dalla Certosa cominciò il percorso artistico che lo porterà a diventare il più importante pittore neoclassico bolognese e l’architetto della corte sabauda a Torino. Il Sepolcro Vogli, opera di Giacomo de Maria, è un altissimo esempio di scultura in stucco e gesso debitrice dei prototipi scultorei canoviani. L’uso di materiali eterogenei è evidente, ad esempio, nell’urna velata posta alla sommità del monumento: questi è un vero e proprio panno di lino grezzo imbevuto di gesso, poi posato sull’urna, rifinito con stucco più fine, coperto con una mano di vernice e cere insieme a tutto il sepolcro per rendere l’effetto unitario del marmo. Il Sepolcro Buratti è invece il tipico esempio della commistione tra scultura e pittura. L’opera è un intervento a più mani: Angelo Venturoli per il progetto complessivo, Flaminio Minozzi e Giacomo Savini per la parte pittorica e Giovanni Putti per quella scultorea. Quest’ultimo lavorerà quasi esclusivamente in Certosa lasciandoci un vasto repertorio di sepolcri scultorei in stucco.
Uno di questi, il Monumento Uttini (datato al 1818), sta per godere di un intervento di restauro finanziato dall’Unione Europea e realizzato dall’Accademia delle Belle Arti. Questo restauro contribuirà a rilanciare il rapporto tra il Comune e l’Accademia di Bologna, che nel XIX secolo era strettissimo: i progetti dei sepolcri pervenivano al Comune con l’approvazione dell’Accademia; è vero che questa, con atteggiamento che oggi definiremmo provinciale, tendeva a favorire i propri diplomati, ma è anche vero che tale scelta ha consentito di ottenere una omogeneità di stile e un alto livello qualitativo per le aree ottocentesche.
Già a metà del XIX secolo si avverte la crisi del ruolo dell’Accademia, che sempre meno veniva coinvolta nell’autorizzazione dei progetti. La creazione di una rete stradale e ferroviaria nazionale consentiva l’importazione di marmi e pietre di pregio e con esse le idee e gli stili dei grandi centri artistici italiani. In questo periodo vengono commissionate dalle grandi famiglie nobiliari e dalla nascente borghesia industriale opere sia ad artisti locali che ad artisti di levatura nazionale e internazionale. Tra questi citiamo Giovanni Duprè per la Cella Pallavicini (1867-70) e Vincenzo Vela nella Cappella Bingham e per Tomba Murat.
Nel Novecento si apre per il cimitero una nuova fase artistica e architettonica. Abbandonata l’idea di ampliare l’edificato dell’originario monastero con costruzioni che ne rispettassero le proporzioni e i materiali, si assiste ad un progressivo dilatarsi degli spazi e all’utilizzo di materiali di importazione. Un tipico esempio di questa fase è l’imponente Chiostro VI, in cui al centro del cortile vennero poi edificati i monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale e quello ai Caduti Fascisti. In questo periodo gli artisti bolognesi appaiono aggiornati alle istanze artistiche internazionali, offrendoci in alcuni casi splendidi esempi di arte liberty e decò. Segnaliamo la Tomba Osti di Diego Sarti; la Cella Magnani (1904) di Pasquale Rizzoli; la Cella Albertoni di Giuseppe Romagnoli.
Nel corso del XX secolo si avverte un progressivo scadimento della produzione artistica, indirizzata sempre più verso una produzione seriale o in realizzazioni che denunciano una stanca ripetizione di moduli ormai classicizzati. Fenomeno non solo locale, ma nazionale, accompagnato da un declino della progettazione architettonica e urbanistica che ha portato i cimiteri a complessi edili sempre più simili alle anonime periferie metropolitane. Il cimitero bolognese conserva tuttavia opere frutto di commissioni meditate e attente che hanno portato ad ammirabili realizzazioni. In questo percorso creativo si possono individuare la Tomba Weber di Augusto Panighi e Andrea Baccilieri, il Monumento ai Caduti Partigiani (eseguita su progetto di Piero Bottoni) e le opere di Bruno Saetti e Giacomo Manzù.
 
Roberto Martorelli

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