“Amore e Morte” di Giacomo Leopardi

Chiudi alla luce omai questi occhi tristi

Muor giovane colui ch'al cielo è caro”: un proverbio, subito pensiamo noi, ma conviene anche ricordare che è anzitutto la traduzione di un verso dell'antico lirico greco Menandro. Come tale, insieme al testo originale, lo cita Leopardi in epigrafe ad uno dei suoi Canti, che reca il titolo di “Amore e morte”. La poesia, composta tra il 1832 e il 1833, è una delle cinque ispirategli dalla sfortunata ma intensissima passione amorosa che visse per la nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti, trasfigurata poeticamente nel nome letterario di Aspasia. Proprio a lei scrisse una volta: “l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”. Le poesie del cosiddetto “ciclo di Aspasia” appunto, non fra le più note presso la maggior parte dei lettori (soprattutto in quanto tradizionalmente poco presenti nei programmi scolastici), rappresentano insieme ad altre una cospicua novità nel pensiero e nel linguaggio poetico di Leopardi. Se l'amore era visto in precedenza più che altro come una illusione giovanile, grazie a cui temporaneamente distogliamo il pensiero dalla negatività dell'esistenza e del mondo, la concreta, ardente passione per Fanny, e il suo rifiuto, gli ispirano una nuova concezione del sentimento amoroso: esso è un sentimento di una tale meravigliosa, ma anche terribile forza, tanta è la felicità che ci fa vivere o sperare, che esso non genera illusioni, anzi con la sua forza le spazza via e ci pone inevitabilmente di fronte alla verità, cioè ai limiti, alla desolazione, al dolore che per natura è costitutivo dell'esistenza umana.
  “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall'uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell'essere si trova;
l'altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla”.
Per questo Amore e Morte sono fratelli: chi ha concepito grazie a lui quell'incredibile, impossibile desiderio di felicità (una condizione per Leopardi strutturalmente irrealizzabile nell'esistenza terrena, l'unica per lui che abbiamo) non teme più lei, anzi può anche giungere ad invocarla, quasi ad affrettare un destino che la mano omicida della Natura compirà comunque; il tutto rifiutando con sdegno quelle che per il poeta sono le false consolazioni e speranze offerte dalla religione.
Ecco dunque la morte - sempre ingiustamente calunniata, evocata qui invece nelle vesti di una “Bellissima fanciulla, / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente” - profilarsi come liberazione, unico possibile esito di una tensione tragica insolubile. Ma leggiamo qualche verso dell'ultima strofa, e la bellissima chiusa:
  “E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s'al tuo divino stato
l'onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t'inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell'età reina.
Me certo troverai,
[...]
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
[...]
ogni conforto stolto
gittar da me; null'altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno”.
 
Franco Bergamasco

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