Una canzone sepolcrale

Nel 1833 Giacomo Leopardi si trasferisce a Napoli, dove rimarrà fino alla morte, che lo coglierà trentanovenne nel 1838; è nella capitale partenopea che si definisce e si radicalizza l'ultima fase del suo pensiero e della sua poesia, ed è in questo contesto che vengono composti i due testi usualmente definiti "canzoni sepolcrali", attribuibili agli anni 1834-1835, che vennero inseriti nella seconda edizione dei Canti, pubblicata a Napoli nel '35.

In queste due canzoni, che recano i titoli inusualmente lunghi di Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, e Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima, Leopardi riprende ed approfondisce esplicitamente una riflessione sul tema della morte, che certo già era stata presente in vari altri testi precedenti.

Il tema è trattato qui mettendo l'accento sulla dimensione tragica della caducità umana, senza le prospettive di consolazione e di riscatto che la cultura e la poesia del tempo proponevano, attraverso i loro sistemi di valori (religiosi per lo più, ma anche laici, per esempio in Foscolo); anzi, forse proprio in polemica con le tendenze culturali dominanti in particolare nella Napoli a lui contemporanea, Leopardi evidenzia qui un punto di vista sostanzialmente materialistico.

Materialisticamente appunto, la morte è perdita irreparabile; nella prima in particolare di queste canzoni, di cui qui parleremo, ci si chiede come si possa ricostituire positivamente un senso dell'esistenza a partire da ciò, ma non vi è risposta. Un intelletto disincantato sa che non esser nati sarebbe meglio che vivere, e dovrebbe perciò considerare una morte precoce come un privilegio; ovviamente, invece, essa suscita nei sopravvissuti dolore, infinita pietà e compassione.

Ed è la Natura, cioè l'ordinamento stesso della realtà, che nella sua crudele assurdità crea questa contraddizione. Se la morte, in particolare l'intollerabile immaturo perir dei giovani, è un male, come il consenti - chiede il poeta alla Natura - in quei capi innocenti? Se è un bene, perché ci hai creati tali da considerare invece quel distacco la cosa più funesta e inconsolabile?

Sul distacco, appunto, si concentra lo sguardo di Leopardi. Fra le non molte cose che possono dare un qualche senso all'esistenza vi sono i legami affettivi, fra i congiunti in particolare; ebbene, ognuno di quei mondi affettivi lentamente e amorevolmente costruiti è destinato dall'inesorabile sistema della Natura a cadere in pezzi, lasciandoci soli e quasi privi di parte di noi stessi; per Giacomo Leopardi non c'è risarcimento o rassegnazione possibile a questo.
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
Di strappar dalle braccia
All'amico l'amico,
Al fratello il fratello,
La prole al genitore,
All'amante l'amore: e l'uno estinto,
L'altro in vita serbar?
Come potesti
Far necessario in noi
Tanto dolor , che sopravviva amando
Al mortale il mortal? Ma da natura
Altro negli atti suoi
Che nostro male o nostro ben si cura.
 
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