Per il cacciatore maledetto di César Franck

Una brutta fine

César Franck (1822-1890) fu senza dubbio uno dei massimi protagonisti della vita musicale francese nella seconda metà dell’Ottocento. Di origine belga, Franck si affermò autorevolmente nella Parigi del secondo Impero, e poi della Repubblica, come organista nelle più importanti chiese della capitale, professore d’organo al Conservatorio e compositore. “Candida e austera figura” lo definì lo storico della musica Massimo Mila, sottolineando la prevalente attinenza, diretta o meno, delle sue composizioni alla sfera religiosa: “Quasi sempre egli intende che la sua musica abbia anzitutto un significato di preghiera, e sia spoglia d’ogni pretesa edonistica”. Non dunque una facile gradevolezza era il suo obiettivo.
Tutt’altro era però il clima nella metropoli francese, dove la vita musicale era largamente dominata dal più fastoso e mondano dei generi, l’opera (per non parlare del successo della più irriverente e leggera operetta); e dove essere davvero presente nella vita culturale significava anche essere conosciuti nei bistrot, nei cabaret, nei salotti, nei boulevard, dove di spiritualità ne circolava ben poca.
Un po’ di successo mondano era effettivamente necessario, anche per un compositore così austero, e Franck se ne rendeva conto. Nacque così anche in un uomo tutto casa, conservatorio e chiesa come lui il desiderio di emergere di fronte ad una platea più vasta, con una produzione musicalmente impegnata ma meno austera appunto, lasciando magari temporaneamente da parte i prediletti soggetti sacri. Lo strumento espressivo adottato fu un genere musicale decisamente à la page nella cultura musicale non solo francese degli ultimi decenni del secolo: il poema sinfonico, un tipo di composizione caratterizzato dalla grande libertà della struttura formale e in particolare dal riferimento ad una fonte extramusicale, in genere letteraria (oltre che, di solito, da una gradevole brevità rispetto ai mastodonti sinfonici...).
Le chasseur maudit (Il cacciatore maledetto) è un caso particolarmente interessante anche perché, presentato nel 1883 alla Salle Erard (uno dei luoghi deputati della mondanità musicale parigina), ottenne proprio quel tipo di approvazione entusiastica che al compositore era finora mancata. Anche un po’ per la sorpresa di vedere il pio professore e organista di Sainte Clothilde alle prese con un soggetto letterario decisamente demoniaco! La composizione si basa infatti sulla traccia narrativa di una ballata del poeta preromantico tedesco Gottfried August Bürger, e ne rende mediante i suoni il tema fondamentale: è domenica, ma proprio mentre il suono delle campane (che sentiamo in orchestra) chiama tutti i fedeli in chiesa, il Conte di Rheingrafenstein, sprezzante, scatena una selvaggia partita di caccia, provocatoria e blasfema alternativa al rito religioso, nella quale travolge tra l’altro crudelmente villici, mandrie e campi coltivati, come ad affermare la sua superiorità su tutto, Dio compreso. Questo è il tema, demoniaco appunto quant’altri mai. Però…
C’è un ma, come si suole dire, e sta nel modo in cui la storia va a finire, e in particolare nella morte del Conte. La leggenda di origine medievale narrata da Bürger e ora intonata da Franck non manca infatti di riservare nel finale un colpo ad effetto. L’empio signore cavalca sì a gran carriera, sostenuto dall’incalzare dei corni da caccia, ma verso la giusta punizione; che arriva infatti, e arriva sotto l’ovvia forma del fuoco: la Messa è finita e i fedeli tornano nelle loro tranquille case; il Conte nella foresta (e il pubblico in sala...) ode invece tre terribili appelli sonori di tube e tromboni che annunciano l’esito della cavalcata selvaggia: la foresta si tramuta in un inferno di fiamme che lo ingoia, e proprio l’improvvisa fine del protagonista permette al compositore di scagliare l’orchestra in un finale di indubbia efficacia. Dunque César Franck ottiene presso lo smaliziato pubblico parigino il largo successo che non aveva avuto per esempio con gli Oratori Sacri, ma la sorte che riserva al suo eroe ci ricorda che è pur sempre il pio e austero organista di Sainte Clothilde a scrivere lo spartito.
 
Franco Bergamasco


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