la Nevicata di Giosué Carducci

GLI AMICI SCOMPARSI CI CHIAMANO

Carducci (1835/1907) non è ancora propriamente un uomo vecchio quando il 25 febbraio del 1881 muore Carolina Cristofori Piva, la donna con cui ebbe una lunga e importante relazione amorosa e che nella sua poesia fu rappresentata e trasfigurata col nome classicheggiante di Lidia. Quel lutto grave (e non era stato il primo) pesò fortemente sull'anima del poeta e lo indusse a sentimenti di sconforto e ripiegamento quasi senile. "Ora non mi resta che racchiudermi tra i miei studi e il pensiero di noi", scrive ad una amica; e al collega letterato Giovanni Chiarini, nello stesso periodo: "a me tristi pensieri svolazzano intorno al capo e al cuore; e il febbraio grigio e il marzo non sarà lieto, e l'aprile non è più per me". Con l'immagine che apre quest'ultima citazione siamo già, anche dal punto di vista espressivo, nelle vicinanze dell'importante poesia che nacque nel clima emotivo di quei mesi; e ancora di più se ricordiamo un passo di un testo del grande lirico tedesco Hoelderlin che Carducci aveva tradotto poco tempo prima: "a voi, o cari, io vengo, che ad amare mi insegnaste e a morire, a voi là giù".
La poesia cui abbiamo accennato, Nevicata, compiuta nel marzo di quello stesso 1881, rappresenta nel modo più egregio quel filone carducciano, minoritario ma molto importante, di testi caratterizzati da una riflessione, in genere austera e pacata, sul tema della morte: quasi a contrasto con la vitalità positiva e sana che in vari modi per lo più si esprime nell'opera di questo poeta. Il testo può essere diviso in due parti. Nei primi sei versi una serie di rilievi descrittivi delinea un paesaggio, ma in modo tale da corrispondere chiaramente ad uno stato d'animo, ad una condizione interiore: il colore "cinereo" del cielo allude all'immagine delle ceneri dei defunti e un senso di morte è suggerito implicitamente dall'assenza di segni di vita, gioventù, amore (versi 2-5); più esplicitamente, ai versi 5-6, il suono delle campane è sentito come proveniente da un altrove, lontano dalla luce del giorno, cioè dalla vita.
Quest'ultimo motivo è ripreso e sviluppato nella seconda parte (versi 7-10) coinvolgendo però il soggetto che si esprime nella poesia: un elemento di quel paesaggio invernale (gli uccelli che, in cerca di cibo, toccano i vetri delle finestre) si converte nella immagine delle anime di amici scomparsi che tornano, per chiamare a sé il poeta. E il suo spirito indomabile non teme, anzi attende la calma silenziosa dell'ombra che fra breve condividerà con loro.
Lenta fiocca la neve pe'l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita più non salgon dalla città,
non d'erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d'amor la canzone ilare e di gioventù.
Da la torre di piazza roche per l'aere le ore
gemon, come sospir d'un mondo lungi dal dì.
Picchiano uccelli raminghi a' vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –
giù al silenzio verrò, ne l'ombra riposerò
.

 
Franco Bergamasco

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