Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, XII

AMARE UNA DONNA, DARLE LA MORTE, SALVARLE LA VITA (ETERNA)

Con la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1544 - 1595) per la prima volta nella letteratura italiana i caratteri dei personaggi, la loro interiorità più nascosta ed inquieta diventano componente essenziale di un lungo poema narrativo. Si tratta di sentimenti spesso conflittuali, contraddittori, irrisolti, specialmente nelle grandi storie d'amore che si inseriscono nel racconto eroico della prima crociata. Qui l'amore è sempre un amore impossibile, anzitutto perché unisce persone appartenenti ai due schieramenti opposti, è quindi per i cavalieri cristiani devianza, oblio di sé. È inoltre un amore conflittuale, doloroso perché in genere non ricambiato, oppure non espresso, oppure ingannevole, spesso implicato in paradossali o tragiche storie di travestimento, mancato riconoscimento, equivoco. Gli amanti sono di norma divisi. Nella più grande di queste storie, è solo la morte che in un certo senso li unisce.

È la storia che narra le vicende tragiche di Clorinda, la forte e bellissima guerriera musulmana, che in armatura e vesti maschili combatte eroicamente sotto le mura di Gerusalemme, e di Tancredi, il nobile cavaliere cristiano che un giorno la vide sul campo a capo scoperto, e da quel giorno ne è perdutamente (e vanamente, s'intende) innamorato. Ma le vicende della guerra conducono una notte Clorinda a compiere un'impresa in incognito, senza le consuete insegne sull'armatura, e Tancredi ad affrontarla in duello senza poterla perciò riconoscere. L'arte del Tasso raggiunge qui uno dei suoi vertici indiscussi nel descrivere l'involontario, tragicamente insensato compenetrarsi di amore e morte:

Tancredi in ben altro modo avrebbe voluto abbracciare Clorinda, ma nel corpo a corpo feroce tre volte il cavalier la donna stringe / con le robuste braccia, ed altrettante / da que'nodi tenaci ella si scinge, / nodi di fer nemico e non d'amante; ed esplicita è la simbologia sessuale nel modo in cui il poeta descrive il colpo mortale inferto dal giovane guerriero alla donna amata trapassando l'armatura che ne occultava la femminilità:

Spinge egli il ferro nel bel sen di punta

che vi s'immerge e'l sangue avido beve;

e la veste che d'or vago trapunta

le mammelle stringea tenera e lieve,

l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente

morirsi, e'l piè le manca egro e languente.

"Tutto converge -osserva il critico Ezio Raimondi- verso la fatalità di un eros che è insieme thanatos, quasi che la stessa Clorinda desideri morire in una battaglia amorosa". Ma l'unione nel momento della morte assume per Tasso un ulteriore aspetto: la giovane, cui poco prima era stato rivelato d'esser nata in realtà da una principessa cristiana, subisce in punto di morte una trasfigurazione spirituale; chiede e ottiene dallo sconvolto Tancredi il battesimo; muore serena e pacificata, e si avvia alla vita eterna grazie a quella stessa mano che le ha dato la morte terrena. Altro, anzi esattamente l'opposto, è il destino di Tancredi: a lui il dolore empie di morte i sensi e il volto.

 

/ Già simile all'estinto il vivo langue / al colore, al silenzio, agli atti, al sangue; e i compagni giunti in suo soccorso lo porteranno via vivo, ferito nel corpo ma soprattutto nell'anima, morto in lei ch'è morta. Non guarirà mai.

 
Franco Bergamasco

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