Alan Bennett, la cerimonia del massaggio

"Quella era l'acquasantiera"

"Il funerale, in ossequio alle abitudini correnti, era stato annunciato come una ‘celebrazione', pratico connubio tra il festeggiamento e il commiato. Tanto per cominciare non era imperativo addolorarsi troppo, il che era decisamente un vantaggio: la persona da celebrare era morta da un pezzo e per piangere sarebbe stata necessaria una certa vis drammatica. In più, chiamarla celebrazione permetteva di non vestirsi a lutto". La citazione consente di farsi immediatamente un'idea dello stile del libro, e in generale dell'autore di cui ci occupiamo ora, senza dubbio fra i più popolari della scena letteraria inglese (come era possibile supporre già dal tipo di humour testimoniato dalle righe che precedono). Alan Bennett, nato nel 1934 a Leeds, nello Yorkshire, laureato a Cambridge, dopo essersi fatto notare con gli sketches scritti per una rivista studentesca avvia una felice carriera come autore e attore televisivo e teatrale, ma il successo arride anche ai suoi brevi romanzi umoristici, come questo La cerimonia del massaggio, del 2001, pubblicato in Italia - come altri lavori di Bennett - dall'editore Adelphi nella traduzione di Giulia Arborio Mella e Marco Rossari.
Non faremo al lettore il torto di rivelare in anticipo troppi dettagli del racconto, ma qualche spunto può servire per farsene una ulteriore idea e per suggerirne la lettura diretta, che molti hanno trovato esilarante...
Basterà dunque segnalare che nella chiesa anglicana del camposanto di Londra confluisce un'eterogenea folla di celebrità provenienti da settori diversi del jet set londinese (che normalmente, osserva il narratore, è a compartimenti stagni): dall'alto funzionario della Banca d'Inghilterra alla popstar, dall'anchorwoman televisiva al professore universitario di filosofia, spesso vicendevolmente sconosciuti e, in caso contrario, un po' stupiti di avere così in tanti quella conoscenza in comune: il defunto.
Il quale, precocemente e misteriosamente morto in Perù, era un rinomatissimo massaggiatore che però all'indubbia capacità professionale associava l'attività, ben più redditizia ed intrigante, di call boy d'alto bordo, tanto straordinariamente sexy quanto discreto ed affidabile; ambosessi, ma con uno spiccato penchant per la clientela maschile (e lo conferma il fatto, che non stupirà più di tanto il lettore, che anche il celebrante, padre Jolliffe, si era sia pur parcamente concesso qualche suo favore...). Ci fermiamo qui, per il motivo sopra enunciato, non senza aver però aggiunto che un severo arcidiacono assiste in incognito alla celebrazione, che costituisce per l'ignaro Jolliffe una sorta di esame in vista di una sua sperata quanto improbabile promozione; e che l'officiante, che dà un po' imprudentemente la parola agli astanti, rischia di perdere il controllo della situazione, specie quando uno di essi decide di entrare nello specifico, osservando che "sarebbe carino parlare di com'era Clive a letto", non senza aggiungere, nel malcelato sgomento generale, la sua versione sulla vera causa della morte.
Non manca la figura della parrocchiana decrepita, sordastra e un po' tonta che per scroccare l'eventuale rinfresco si spaccia per parente di tutti i defunti; e tutto sommato non manca, per il lettore, una piccola informazione sociologica su quella che pare in effetti essere una voga mondana londinese per la commemorazione, un servizio funebre "senza cadavere", rito tipicamente inglese, in cui si ricordano i talenti e gli affetti del defunto. A scapito della inumazione e giustificata dal fatto che se qualche volta "la commemorazione riesce a essere allegra", sempre "la sepoltura qualcosa di deprimente ha".
 
Franco Bergamasco

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