"T'è reso il figlio, o vecchio, è steso nel feretro"

(Iliade, XXIV, 600)

Una recentissima iniziativa dello scrittore Alessandro Baricco, concretizzatasi in due serie di readings che si sono svolte a Roma, a fine settembre, e all'Auditorium del Lingotto di Torino ai primi d'ottobre, con grande concorso e successo di pubblico, ha riproposto all'attenzione generale in modo del tutto nuovo uno dei tre o quattro testi in teoria più celebri di tutta la cultura occidentale: l'Iliade (in teoria, perché cosa siano i poemi omerici più o meno lo sanno davvero quasi tutti, quanti li abbiano letti sul serio per intero - e questo in particolare! - è tutt'altro discorso…). Un contatto reale ed emozionante con la grande poesia omerica è stato reso possibile dalla lettura, da parte di un gruppo di giovani bravissimi attori, di un testo predisposto dallo scrittore torinese che, sia pure con i cospicui mutamenti e adattamenti dettati dalle esigenze "teatrali", nella sostanza garantiva un approccio quasi integrale al poema.

Forse proprio questa massiccia quasi totalità del testo che abbiamo udito (al posto dei nostri soliti microassaggi antologici), fra tante altre cose, ci ha fatto ricordare quanto e come sia presente e pervasivo nell'Iliade il tema della morte. Non ci riferiamo al fatto del tutto ovvio che in generale la morte (e il suo significato, e i pensieri che essa suscita) sia onnipresente nella prima e più grande storia di guerra che mai sia stata raccontata; ma piuttosto ad argomenti più particolari, quali il destino del corpo dopo la morte in battaglia, gli usi funebri, il compianto dei dolenti sopravvissuti.

Nel mondo omerico la morte in battaglia è bensì di per sé una fine gloriosa, ma si converte nel suo contrario, in una sorte ignobile, se il corpo resta insepolto (e lo spirito è destinato a vagare per sempre inquieto). Quante volte vediamo nel poema il guerriero vittorioso alla fine del duello rinfacciare con disprezzo al vinto il futuro che gli augura, essere pasto degli uccelli e dei cani! Dunque spesso una nuova battaglia si accende intorno al corpo del caduto, fra i nemici che lo spogliano delle armi preziose e i compagni che ad ogni costo vogliono trarlo fuori dal campo di battaglia per evitargli quella fine esecranda dandogli sepoltura.

Così accade intorno al corpo di Patroclo, ucciso da Ettore; e in questo caso anche il successivo rito funebre, guidato da un Achille sconvolto dal dolore e dall'ira, viene accuratamente descritto: il lavacro del corpo, avvolto poi in lini candidi, la pira, gli animali sacrificati e le anfore colme di miele e di grasso che bruceranno insieme all'eroe, Achille che si recide la chioma e la depone nelle mani dell'amico. Dopo il rogo funebre, i cui ultimi bagliori saranno spenti versando del "vino scintillante", le ossa e le ceneri saranno raccolte in un'urna: Achille sa che un destino di morte precoce lo attende, e ordina che un'urna sola sia destinata a raccogliere i resti di entrambi. Ma il rito prevede che in onore dell'eroe morto e degli dèi si celebri anche una lunga serie di giochi funebri, di gare sportive, dettagliatamente raccontate nel libro XXIII.

Achille morirà, ma non prima di aver vendicato la morte del compagno: "o Patroclo, siimi felice anche nelle case dell'Ade; […] Ettore invece, figlio di Priamo, non lo darò al fuoco da divorare, ma ai cani".

E la manifestazione più selvaggia e scandalosa dell'ira di Achille sarà proprio lo scempio del cadavere di Ettore, legato per i garretti al carro del vincitore, e lungamente trascinato sul campo di battaglia, sotto le mura di Troia e sotto gli occhi dei genitori e della consorte. Achille recherà via con sé il cadavere, e in segno di ulteriore dispregio lo trascinerà ancora tre volte intorno alla tomba di Patroclo.

Ma un dio, Apollo, protegge Ettore, e se non ha potuto risparmiargli la morte, protegge ora almeno il suo povero corpo dai segni dello sconcio e della devastazione. La bellezza di Ettore resta intatta, ma non solo. Il poema si avvia alla conclusione con lo stupendo episodio in cui il vecchio re Priamo si reca, solo, di fronte a colui che ha ucciso suo figlio, e riesce a muoverlo a pietà e a riscattare quel corpo: "ahi misero, quanti mali hai patito nel cuore! / Gli dèi filarono questo per i mortali infelici: / vivere nell'amarezza", dice Achille, fa lavare e rivestire il cadavere del nemico e lui stesso lo reca sul feretro che dovrà riportarlo in città. E l'ultima immagine del poema, destinata ad imprimersi per sempre nella memoria del lettore, è quella di un altro rito funebre, simile al precedente: un rogo, un'urna d'oro sepolta sotto un tumulo di grandi pietre, un banchetto: "Così onorarono la sepoltura d'Ettore domatore di cavalli".
 
Franco Bergamasco
(I brani omerici sono citati nella traduzione di R. Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi 1950 ss.)

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