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Fiere

N. 5 - Maggio 2001 -> Racconto

IL GATTO NERO FACEVA LE FUSA

In paese correva voce che la casa di campagna che avevo acquistato portasse iella e l'anima dell'uomo, malgrado fossero scorsi sette anni, circolasse ancora tra le mura.

Il prezzo era stato talmente invitante che ero di parere opposto. Che la voce corresse pure, prima o poi si sarebbe affaticata.

La gente mormorava che la strega che parlava coi gatti avesse straziato il paralitico che viveva in quella casa, fino a farlo morire a colpi di filtri magici, malocchio, soprusi, spregi e maledizioni.

Il quadretto era poco allegro, sinistro veramente, ma non per me, ché di superstizioni, pozioni, tarocchi e ammazzamenti non me ne fregava niente. Che la gente mormorasse pure, io volevo una casetta e non soffrivo i fruscii delle paure.


Dicevano che il poveretto era morto di crepacuore. Era morto lentamente e quasi pazzo; opera di quella strega bionda dagli occhi di ghiaccio. Una donna dell'est, fredda e corpulenta, che lo aveva soggiogato.

Dicevano che, in vero, la strega non aveva età, che leggeva nella testa della gente e si mischiava alle persone mutando aspetto; che carpiva la fiducia delle donne credulone e vendeva pozioni magiche e sinistri consigli. Di lei, dopo quel fatto, non si era saputo più nulla e la casa era rimasta vuota; abitata da un gatto nero che acquistai nel prezzo.

L'annuncio che avevo letto sul giornale non narrava leggende di paese; specificava metri quadri, posizione e prezzo, e dopo una svelta ispezione, mi era parso davvero un buon affare.

La donna che mi aveva venduto la villetta abbandonata, non somigliava molto al ritratto dell'arpia. Aveva gli occhi molto chiari ed era formosa, ma anche gioviale, gentile e assai piacente; mi era parsa una esperta e affabile signora. Studiando le sue curve prosperose, scherzottando, mi era sfuggito un vizioso pensierino che mi era traghettato per la mente.

Avevo incontrato la padrona in un lussuoso attico riccamente arredato, nel centro della grande città. Aveva dei gatti, vero, ma chi non ne ha? Il fatto poi che, dopo il brindisi che suggellava il compromesso, avesse dato vita ai miei pensieri e dato corpo, senza troppe smancerie, ad una storica serata a base di depravato e sregolato sesso, mi aveva persuaso che, se era veramente di lei che si spettegolava, doveva trattarsi di invidia e gelosia più che di stregoneria.

La gente bisbigliava che il brav'uomo, un architetto coinvolto in un incidente stradale, gravemente menomato e solo al mondo si fosse innamorato della strega, da lei sedotto per carpirgli la fiducia ed ogni ricchezza e cibarsi poi della sua disperazione: l'energia che consentiva al suo spirito maligno di essere carne giovane e quasi piacente.

Dopo un po' di confidenza, gli abitanti delle case vicine mi svelarono che di notte si udiva il povero architetto, costretto dall'invalidità a giacere fisso nel letto, piangere e gridare, implorando Dio di estirparlo da quell'inferno. Poi, al mattino, tutto pareva quasi normale; l'uomo prendeva il sole, stordito in carrozzina, muto e isolato sul terrazzo, e la donna parlava ai suoi gatti.

La casa era situata in una conca di una ridente collina a pochi chilometri dal centro città. Appartata e bene esposta era il luogo ideale per me, scultore e scrittore progressista. Quando uscivo sul terrazzo immaginavo l'architetto costretto all'immobilità e ne traevo ispirazione per un racconto raggelante. Il gatto nero mi scrutava, come un assistente.

Un vicino, un docente in teologia, un dì mi sibilò all'orecchio che, secondo il testo della sapienza, quel gatto nero era l'anima, dannata e reincarnata, dello sventurato architetto, fuggita dai poteri della strega che usava mutare in felini le vittime dei suoi crimini; svelandomi che si era visto circolare nei paraggi della casa dal giorno del sospetto decesso dell'infermo. Mi bisbigliò che, a suo parere, il quadrupede extraterreno non vedeva di buon occhio che qualcun altro si installasse nella proprietà usurpata.

Invece, il gatto nero mi aveva preso in simpatia, mi aspettava sulla soglia e poi, rizzando la coda e zampettando, mi seguiva dentro casa facendo le fusa. Aveva la sua buona convenienza; gli offrivo croccantini e una soffice accoglienza sui piumini.

Era la mia sola compagnia, oltre alle visite di Marina, una modella niente male che, a poco a poco, insidiava la mia voglia di restare un uomo libero e tentava con successo di farmi innamorare.

Il gatto nero attraversò la strada a Marina proprio mentre ritornava a casa, dopo un fine settimana che mi aveva rapito il cuore. Marina aspettava un bambino! Fu investita da un'auto pirata mentre, con la sua Vespa, si era appena immessa nella strada provinciale. Morì senza riavere coscienza dopo due mesi d'ospedale, morì quasi serena, ma la cosa mi fece molto, molto male.

Non ero influenzato dalle dicerie, non ancora, però... Il gatto nero, in quei giorni di tristezza e di sconforto, mi fu compagno, concedendosi alle mie malinconie, ascoltandomi con complicità, standomi vicino e guardandomi spesso di sott'occhio, facendo le fusa, quasi volesse dirmi qualcosa.

Il giorno maledetto, mentre partivo, il gatto mi attraversò la strada per ben tre volte. Dopo due chilometri, un furgone invase la corsia. Per evitarlo capottai più volte in mezzo a un prato.

Compresi subito che ero spacciato.

Tornai nella casa dopo un anno di cliniche e di riabilitazione, tornai in quella casa, ma totalmente paralizzato. Il gatto era là, magro e spelacchiato, mi riconobbe e venne incontro miagolando. Seduto in carrozzella, mesto e sospinto da una giovane infermiera, non potei fare a meno di pensare che quell'animale che ci tagliò la strada era la fonte del malocchio.

Lo cacciai a voce e in malo modo e la ragazza fece il resto. Prese una sbarra e la calò sulla schiena del felino. Se non l'aveva ucciso, pensai comunque che doveva avergli fatto molto male perché non lo rividi più.

L'infermiera, graziosa, dolce e premurosa sbrigava per me infelice conti e commissioni, mi lavava, mi nutriva e mi portava a spasso, lenendo la mia esistenza sofferente con la sua semplice presenza. Col tempo, mi affezionai alla ragazza, così come fece lei; andando ben oltre le sue mansioni, fino a porgermi il suo giovane corpo e lasciandomi affondare la tristezza tra i suoi seni. Per lei fu facile ficcarsi nella mia sventura e carpirmi un testamento, illudendomi di aver trovato un po' d'amore nella mia rovina. La bionda infermiera aveva gli occhi freddi e azzurri....

Dopo un po' prese a cambiare atteggiamento e portamento, mentre io mi sentivo rintronato, sempre più strano. Un giorno, al mio risveglio, in un momento di lucidità, la vidi da uno specchio. Non era lei, era più obesa e vecchia, parlava ad un gatto rosso come con un'anima schiava, poi mi vide e prese a ridere di me nelle sue mani. Ora, padrona trasformata, mi insultava e mi umiliava, estirpandomi la rabbia dal cervello.

Non potei trattenermi dall'urlare, confuso e perso, perché in un barlume di ragione mi resi conto che ero stato scelto con cura per proseguire il sortilegio.

La bella strega da cui comprai la casa mi aveva inghiottito durante quel focoso amplesso, segnandomi il destino.

Gridai perché avevo compreso che il gatto nero, l'anima dell'architetto, tagliandomi la strada tentava di mettermi in guardia, fermarmi, impedire il misfatto. Gridai sdraiato nel letto, immobilizzato, in balìa della strega, sapendo bene che la mia disperazione le avrebbe rinnovato l'energia. Gridai perché compresi che per me era finita. Gridai alla mia futura, impunita dipartita, preparandomi alla fuga dopo la morte.

Oggi mi aggiro nei paraggi della casa, vivo di passeri e lucertole e aspetto, sperando di riuscire ad allertare il prossimo acquirente.

Sono un altro gatto nero, scappato dalla maga con la complicità di una notte nera senza luna.

Ho una missione da compiere: tentare di combattere le forze del male e sconvolgere la sorte.

Al lettore, scoprire dove questa storia è di fantasia e dove, invece, è vera!
CARLO MARIANO SARTORIS
Scrigno del Cuore
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